…Lo Hobbit – Un Viaggio Inaspettato!
Trecentoquarantadue pagine in edizione Adelphi per nove ore di pellicola. Un’impresa titanica di diluizione che solo i grossi calibri della cinematografia mondiale potevano progettare. Hanno diluito il peso del regista, per distribuirlo bene in ogni singolo secondo di girato. Hanno diluito persino l’altezza dei protagonisti per costruire un capolavoro che non si vedeva da “La Sauna Bollente delle Nane Budellone”. Riuscirà Johnny Little Niggers a portare a casa la visione, data la sua nota idiosincrasia per tutto ciò che non ha quattro zampe e si colloca sotto il metro e quaranta di altezza?
Terra di Mezzo, che dopo nove ore di “Signore degli Anelli” abbiamo capito che è in mezzo ai coglioni. Il buon vecchio Bilbo inizia la scrittura delle sue memorie di Hobbit, mentre il nipote Frodo lavora come una sguattera sudamericana. Dato che il mini colf invece di lavare i piatti e strofinare la tazza del cesso si ostina a curiosare, il vecchio Hobbit decide di andare a farsi una bella fumata in veranda per ricordare i bei tempi andati, quando un vecchio straccione e tredici luridi nani hanno invaso la sua casa: peggio di una muta di rom con i primi quattro semafori in una qualsiasi zona semicentrale. Tutto comincia quando il vecchio Gandalf, noto scroccone con le emorroidi, appende un gallo morto magico alla porta del giovane Bilbo come segnale per i futuri ospiti. Alla spicciolata, anche perché con quelle gambette insulse stare uniti è pura utopia, arriva una serie di nanerottoli dai nomi impronunciabili, guidati da Thorin Scudodiquercia.
Dopo aver svuotato la dispensa senza pagare un ghello, i tappi chiedono a Bilbo di Cadey, l’unico abbronzante con i piedi pelosi, di aiutarli nel viaggio verso la loro patria perduta (un termine che nel film, sempre che non vi siate già addormentati, ricorre circa duemila volte, come a un comizio di un partito di estrema destra), Erebor, dove sono stati cacciati da un abusivo con le fattezze di drago. Dopo un po’ di resistenze per far trascorrere minuti e una canzone a più voci degna del Festival di Castrocaro, si parte per il solito trekking irto di pericoli, speriamo con la previsione di qualche morto tra i nani, rumorosi nemici di un buon sonno. Prima tappa: prigionieri dei Troll. Il sogno di uno sterminio sembra avverarsi, ma Gandalf salva tutti e, per celebrare, la combriccola si fotte il tesoro dei troll: tre lame elfiche, quattro cannoli e un clistere.
Seconda tappa: incontro con Radagast il Bruno, un personaggio inventato, feticista degli escrementi (ama farsi cagare in testa dagli uccelli) e che manifesta tutti i segni di una tossicodipendenza mal gestita. Questi informa Gandalf che il potere oscuro avanza e il Consiglio deve essere avvertito; in cambio riceve sei buste di zafferano marca Leprotto da sniffare e una fornitura di marijuana. Dopo un breve inseguimento da parte degli stupidi orchi (la guerra tra nani e orchi è una gara d’idiozia), terza tappa: Granburrone di ‘sto gran marone (riciclaggio effetti e fotografia avanzati). Dopo i convenevoli e i cazzi vari, Gandalf riunisce il Consiglio, litiga con Saruman, in un confronto da gerontocomio a colpi di catetere, e circuisce la regina Galadriel sotto gli occhi ammiccanti dell’agente Smith Elrond. Senza Gandalf che deve fare la cataratta, quarta tappa: le caverne dei Monti Nebbiosi.
Scampati a una battaglia tra giganti di pietra col meteorismo, i nani e l’hobbit vengono fatti prigionieri dal Re dei Goblin: un obeso con la dissenteria. Nel tentativo di fuga, Bilbo cade in una gola senza farsi nulla (un miracolato) e incontra Gollum: un essere disgustoso cui frega un anello, ahinoi, e anche gli ultimi barlumi di lucidità. Mentre Gandalf recupera i nani, Bilbo raggira il pelatone con la esse sibilante e fugge tra le bestemmie. Finita? No. Quinta tappa: dirupo boscoso inseguiti da Azog il Profanatore, nemico di Thorin, nonché orco razzista albino calvo (praticamente me a cavallo di un lupo mannaro). Thorin si lancia nello scontro e resta quasi ucciso, ma Bilbo (f*****o!!!) gli salva la vita. Giusto in tempo, poiché Gandalf sussurra parole dolci a una farfallina e arrivano dei grossi uccelli che salvano tutti (quest’ultimo pezzo di sceneggiatura l’ha diluito Joe D’Amato). Si chiude tutto con i nani, ancora vivi (sigh!), che guardano la Montagna Solitaria e sognano la patria perduta, dove il drago Smaug sonnecchia ruttando, cantando “Giovinezza”.
Pastone indigeribile di monumentale pesantezza, la pellicola è assimilabile a de riso cotto per circa tre ore con cui stuccare i serramenti e impermeabilizzare eternamente le fessurazioni del calcestruzzo prodotte dall’insistente russare degli spettatori. Rivoluzionario e sovvertitore, il lungometraggio stravolge tutte le note convinzioni intorno ai nani, come ad esempio che siano grandi guerrieri con il pisello lungo e carogne con il cuore troppo vicino al buco del culo, visto che le prendono sempre, non parlano mai di gnocca e sono bravissimi a mettere in ordine dopo che hanno sporcato. Sicuro e diretto all’obiettivo come un massiccio attacco di cervicale, il prodotto si avvale di tutte le migliori tecnologie 3,4,5D nel tentativo, qualora non fosse riuscito al soggetto, di causare vertigini, conati e collassi in misura maggiore rispetto alla maledizione del faraone Tutankhamon che colpì la spedizione egizia di Howard Carter.
Sleep-o-Meter: 08 – L’Ultimo Imperatore (Esperienza Premorte)
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