…Arbitrage!
Tra spread e spritz, tra fritz e latz, l’alta società non manca di regalare perle in tutti i paesi e a tutte le latitudini. Mentre la critica incensa l’interpretazione del plastico Richard e della gommosa Susan, noi ci schieriamo con milioni di orticoltori che vorrebbero scaricare i loro scarti di produzione sul set, affinché i due non debbano ricorrere ancora una volta a materiali atossici di chiara sintesi chimica per ottenere degli ematomi. Riuscirà l’Unione Europea, dopo la faticosa approvazione del bilancio, a favorire lo sgravio fiscale per l’esportazione in California di pomodori marci da lancio?
New York, patria di tutte le porcate economiche e finanziarie che poi pagano gli altri paesi del mondo. Robert Miller Gere è un ricco finanziere, capo di un fondo d’investimento, con una ricca e variopinta famiglia. La moglie Ellen Sarandon si ammazza di alcolici e ricevimenti di beneficenza; la figlia Brooke controlla ossessivamente i conti aziendali, evidente sintomo di aviopenia nonostante la torma di marmocchi; e il figlio, deprivato persino del nome, è un coglione assoluto che somiglia in modo imbarazzante a Lapo Elkann. Dietro la facciata di rispettabile uomo d’affari, Robert maneggia e distrae fondi per coprire le perdite di un investimento finito male in Russia. Per sbolognare la patata bollente e mettere a posto tutti, Miller cerca di rifilare tutta la baracca fatiscente a una banca d’investimento che, tuttavia, nicchia.
Per rifarsi un po’ dello stress affaristico, il vecchio bambolone di plastica Gere intinge il suo biscottone buddista nel Vagisil di Julie Laetitia Casta, mediocre pittrice e affossatrice di gallerie d’arte (inutile dire chi sia il proprietario delle gallerie). Dopo un venerdì agghiacciante e dopo aver sfiorato l’agognata fusione, Miller chiede a Julie di andare fuori città per un paio di giorni e già pregusta altri tipi di fusione, ma lungo la strada gli parte un colpo di sonno e cappotta con l’automobile. La donna è stecchita, lui frollato, ma vivo. Non sapendo cosa fare, mentre la carcassa esplode con dentro i resti dell’amante, il miliardario con le pezze al culo chiama il figlio del suo ex-autista, nemmeno a dirlo il solito negro con precedenti penali (ma a parte il Presidente, negli States esiste un afroamericano con la fedina penale pulita?), e imbastisce un piano tattico a membro di cammello per sfangarla. Nel frattempo il segugio sbirro Tim Roth, un uomo che dice “lie to me” ogni due battute, giusto per non fare pubblicità, parte con le indagini.
Gere cerca di essere ipercollaborativo, ma Roth intuisce che sta mentendo dal sudorino sulle sue orecchie e dal movimento anomalo dei peli del suo culo. Come non bastasse, partono i casini con il commercialista, che ha taroccato i bilanci, e con la figlia che continua a rendicontare (ma fatti i cazzi tuoi e campa di rendita come l’idiota di tuo fratello!!!), a scrivere numeri a caso su un foglio di calcolo e a lanciare stampe. La polizia mette le mani su Jimmy, il negher, e lo rinvia a giudizio, ma lui pare reggere. Robert per tappare la falla ingaggia un avvocato per i diritti civili, che la butti in vacca come nel caso O.J. Simpson, e poi sfancula la figlia, suscitando le ire moderate della moglie ubriaca. Arriva finalmente la trattativa: Miller la spunta e rifila il bidone alla banca, ispirandosi all’operato della Fondazione del Monte dei Pacchi di Siena. Jimmy, al processo, vacilla, ma la polizia ha taroccato delle prove e la cosa puzza.
Richard di Gomma riesce a smontare il disegno degli sbirri, a far licenziare un procuratore e a far uscire pulito Jimmy, che guadagna un paio di milioni per il disturbo. Quando tutto sembra a posto e il trionfo arride a Robert, che gongola come un coprofago che ha prodotto un siluro da latrina di sessanta centimetri, la mogliettina interviene a gamba tesa minacciando di spifferare tutto alla polizia, ma soprattutto di fare l’ennesimo intervento alle tette e alle borse sotto gli occhi (per non parlare della dentiera). Miller deve cedere e intestare tutto alla figlia, che si trova improvvisamente a maneggiare una fortuna. Di lui non si sa più nulla, ma fonti accreditate lo vogliono a Santo Domingo, insieme a Luciano Gaucci, a sperperare un patrimonio off-shore mentre la prole assaggia le patrie galere. Tim Roth, nel frattempo, è distratto dalle vibrazioni pelviche di un ergastolano che trasmettono chiaramente la non veridicità delle sue dichiarazioni.
Devastante per la psiche come accendere una sigaretta chiusi in una centrale termica con un individuo affetto da meteorismo grave, il film colpisce a tal punto le sinapsi da indurre, nell’individuo, atti di autolesionismo involontario, come dimenticare di averlo visto e rivederlo. Pietra di paragone tra il cinema e l’accozzaglia d’immagini con attori famosi, la pellicola risulta immediatamente indigeribile per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di visionarla in immediata successione a “Django Unchained”, tanto da sperare che abbiano le stesso finale: i negri uccidono i bianchi che se lo meritano, cioè tutti. Definito dalla critica come la migliore interpretazione di Gere, il lungometraggio segna il confine tra la grande critica cinematografica e quella non autorevole come la nostra: la prima nota differenze nelle interpretazioni di Richard Gere, noi no.
Sleep-o-Meter: 08 – L’Ultimo Imperatore (Esperienza Premorte)