…The Calling!
Il thriller religioso come non l’avete ancora visto, cioè fatto peggio della volta precedente. Susan Sarandon in grande spolvero, in quanto estratta inerte dalla teca in cui si era rinchiusa per non alterare gli stucchi. Un gruppo di comprimari inutili che non vedevamo dall’ultimo film della Asylum. Il grande cinema canadese mette sul piatto il meglio di sé, a dimostrazione del perché i canadesi siano considerati i cugini stupidi degli americani (il che è tutto un dire). Riuscirà l’abusata tematica della religione e del mistero a tenere la pressione arteriosa minima dello spettatore sopra venti, livello minimo prima del decesso?
Fort Dundas, Ontario, Canada (non mi capacito di non poter scrivere USA). L’ispettore Hazel Micallef Sarandon è una panterona in declino che vive con la mamma dopo un divorzio traumatico. Afflitta da mal di schiena, reumatismi e morbo di Dupuytren, la donna è dipendente dagli antidolorifici. Già che c’è beve come una spugna. Con tutta questa felicità alle spalle, Hazel affronta il suo lavoro di poliziotta di provincia con l’entusiasmo di una persona condannata a rimanere bloccata in ascensore con altre tre affette da meteorismo. Durante un normale turno di lavoro le viene chiesto dal collega Ray di controllare la casa di una vecchia amica della madre. Manco a dirlo, la maliarda è stata sgozzata e con la bocca in una posizione anomala. La comunità va in sbattimento e per il corpo di polizia più efficiente del mondo comincia un elenco infinito di cazzi.
Dopo un giorno di frenetiche indagini alla scrivania giocando a Candy Crush Saga, l’ispettore Micallef riceve una seconda chiamata dalla polizia della cittadina confinante, dove un uomo è stato trovato in una stalla sodomizzato da una nutria, ma con la bocca in posizione strana. Hazel contatta i superiori per far presente che, forse, forse eh, siamo in presenza di un serial killer, ma le viene risposto di scopare di più e pensare di meno. Ligia al consiglio, la donna incontra l’ex-marito, ma questo ha accettato di vederla solo per farsi togliere delle multe. Felice come chi ha fatto il bagno in una vasca di diarrea, la poliziotta torna al suo caso. A complicarle la vita arriva un nuovo membro del suo staff, trasferito da Toronto: Ben, il giovane gay vedovo curioso. Non doma, la nostra Sarandon si fa mandare l’elenco delle vittime di omicidio nella regione con tutti i dossier.
Mentre la trama s’infittisce, le cose si complicano e qualche spettatore si sveglia, il regista pensa bene di presentarci il killer, in modo da non aver più un minimo di interesse nella visione. Si tratta di un dinoccolato predicatore abituato a bere infusi fatti con le piante del bosco della sua fantasia e a curare il cancro con il vischio: un vegano acculturato. Grazie alle doti di lettura delle labbra di Ben il vedovo biadesivo si scopre che nelle bocche delle vittime è nascosto un messaggio in latino: libera nos domine. Il problema è che nessun prete canadese conosce il latino, avendo preso i voti per corrispondenza con le dispense di Frate Indovino. Trovato il vecchio barbuto don Sutherland, gli sbirri svelano l’intricato enigma. Saremmo punto e a capo se per illuminazione divina Ben il vedovo arcobaleno non scovasse la sorella del killer, intenta a conservare la salma del fratello gemello.
Intanto, il suddetto sterminatore, al secolo Simon, fa fuori il prete vecchio, colpevole di aver mandato suo fratello Peter nella consueta casa famiglia degli orrori. Colpevole andato, movente andato, manca il finale action a movimentare questo film seduto. Simon rapisce Hazel con un artificio erboristico e cerca di stimolarne il pentimento, ma la donna fedele ad alcool e droghe rifiuta Dio e induce con la sua recitazione l’antagonista al suicidio. La baracca dell’uomo s’incendia accidentalmente, ma Ray e Ben il vedovo invertito tirano fuori Hazel prima che diventi una porchetta arrosto. La quiete torna a posarsi sulla cittadina dell’Ontario, Hazel trova nuovi stimoli a non fare un cazzo e il Canada tira un sospiro di sollievo. L’incubo è passato, il film è finito. Libera nos domine.
Innovativo sistema per spiegare le proporzioni agli alunni delle scuole medie, il lungometraggio sta al cinema come una caccola alla nouvelle cuisine. Metafisico e surreale, il prodotto riesce là dove nemmeno la più ardita fantasia del marketing cinematografico può giungere, ovvero interessare il pubblico a un’indagine a partire dalla locandina: sfortunatamente si tratta di scovare le rughe e le borse cancellate con Photoshop dalla faccia della protagonista. Imbarazzante nei suoi tratti intimistici, la pellicola scava nell’animo con la profondità di un bambino di due anni e ne induce le reazioni nel pubblico che, dal quarto fotogramma, cerca insistentemente la mamma. Medaglia d’oro al valor civile a Ben il vedovo gay: nemmeno il tempo di gustarsi il matrimonio riconosciuto che, con grande sensibilità generale, si deve affrontare il tema della sepoltura.
Sleep-o-Meter: 08 – L’Ultimo Imperatore (Esperienza Premorte)