…Hugo Cabret!
L’attesa ha ripagato; migliaia, milioni, miliardi di minuti di attesa per riuscire nella manovra di sabotaggio più efficace dai tempi dell’inchino all’Isola del Giglio; meglio addirittura di una limonata con Schettino prima che facesse il pane con la cocaina e si riducesse peggio di un fornaio amalfitano: la Riccardelli Society si è appostata nei cessi della notte degli Oscar e ha tirato fuori dalla tazza il prodotto più sopravvalutato della storia del cinema. Riusciremo a strappare al nostro pubblico, di associati e non, una batteria di insulti tale da farci rimpiangere una notte di nonnismo organizzata dal Comandante De Falco?
Parigi, entre deux guerres sans bidet. Il piccolo Hugo Capretta vive giorni felici da orfano di madre insieme al papà Giuda Law, orologiaio, finché questo non viene incenerito da una scoreggia infuocata. Il bambino, come nella peggiore letteratura britannica, viene affidato allo zio paterno, ripugnante alcolista e responsabile degli orologi della stazione di Montparnasse. Dormendo in mezzo ai ratti, il povero Capretta subisce il transfert e comincia a vivere nelle intercapedini dei muri, mentre il beone si scassa di cognac pidocchioso. Essendo figlio di orologiaio, Hugo ha una naturale predisposizione per i meccanismi e ruba il lavoro allo zio che non aveva alcuna voglia di conservarlo. Nelle ore di tempo libero, oltre a darsi alla microcriminalità, il bimbo cerca di riparare un misterioso automa che il padre aveva trafugato da un museo in dismissione e che lui pensa possa fornire informazioni sulla morte del genitore.
La stazione di Montparnasse è un coacervo di spostati: la bella fioraia con la pellagra, l’ispettore ferroviario Borat zoppo con dobermann al seguito, una coppia di pensionati con il cane di lei che odia lui, un fornaio che mette le brioches a raffreddare a otto chilometri dalla bottega in modo che il protagonista abbia sostentamento e un negoziante di giocattoli da cui il ragazzo si rifornisce gratuitamente di ingranaggi e attrezzi per la riparazione dell’automa. Il buon Georges Kingsley, stanco di elargire metallo a fondo perduto, acchiappa il ladruncolo e minaccia di denunciarlo a Zoppas. Non contento di tutta quella cattiveria gratuita, l’uomo requisisce a Hugo un prezioso taccuino di appunti del padre. E’ la fine della pace: il piccolo disadattato si attacca come una zecca all’uomo e lo perseguita peggio di uno stalker, ottenendo un effetto imprevisto. Invece di convincere il patrigno, purtroppo, rimorchia l’ottusa figlioccia Isabelle, che gongola nel frequentare la gente dei bassifondi, tra cui un inquietante libraio con la faccia da Saruman che presta libri ai bambini in una stamberga buia (poi dicono che a pensar male si commette peccato).
Circuendo la stupida bamboccia, Hugo riesce a recuperare il libretto, a farle trafugare da casa una chiave che può mettere in moto l’automa e a farsela consegnare…la chiave (per il resto c’è tempo, altrimenti c’è la galera). Messo in moto l’automa, questo disegna su un foglio di carta una luna con un missile in un occhio e si firma Georges Méliès. Portato il disegno alla matrigna, Isabelle scatena il dramma, non solo perché rende palese il furto della chiave (un’idiota in campo), ma perché attiva l’onda lunghissima del patetismo: Hugo ne vuole sapere di più perché è convinto che tutto ciò abbia a che fare con la morte del padre, Isabelle ne vuole sapere di più per riempire il vuoto cosmico della sua vita insulsa, la matrigna vuole insabbiare tutto per paura della reazione del marito che sta rientrando dopo una giornata di incassi mediocri. Bastava non muoversi per passare inosservati, ma i due pargoli decidono con finezza di mettere a soqquadro una stanza cercando indizi e scoprono alcuni vecchi disegni di Georges, scatenando una crisi depressiva nell’uomo, evidentemente respinto anche dal manicomio.
Scampati un paio di volte all’arresto, attraverso scene d’azione assolutamente inutili, i due battibeccano in biblioteca con un uomo che, guarda caso, è il più grande estimatore del regista visionario Georges Méliès. Da qui anche un ritardato di lungo corso sarebbe arrivato a scoprire il passato di Georges e a legare l’automa a lui, ma il piccolo Hugo persevera nel cercare indizi sul papà. Il patrimonio cinematografico di Georges viene riscoperto e riportato alla luce, l’uomo esce dal tunnel della depressione, senza ansiolitici, e ci ritorna quando scopre che Hugo si è installato in casa sua. Circa la morte del padre nessuna indicazione, ma, in un lieto fine immotivato, Capretta si riappacifica con tutti i debosciati della stazione che, nel frattempo, copulano selvaggiamente rispettando una rigida suddivisione di genere (pensionata magra con pensionato grasso, single uomo a tinta unita con single donna amante dei colori) in linea con la cinematografia dell’epoca.
Manifesto del massimo risultato con il minimo sforzo, il film raccatta premi in tutte le categorie, a esclusione di quella in cui appare davvero vincente: “Miglior Trama di una Pochezza Cosmica”. Divertente come l’andropausa, il lungometraggio induce nel pubblico la voglia di privarsi della vita troncandosi i genitali con la cannuccia della bibita appena terminata. Brillante nell’utilizzo delle scenografie, la pellicola anestetizza il pubblico con ambienti di ispirazione onirica per poi risvegliarlo con secchiate di urina gelida attraverso dialoghi che sembrano scritti da un gibbone con le emorroidi seduto su un cespuglio di ortiche. Apprezzata da Miriam Ponzi e dall’intero settore investigazioni per il lavoro assicurato in eterno, l’opera sembra la riscrittura sfigata di un romanzo di formazione con il protagonista che parte alla ricerca di indizi sul padre e conclude l’indagine, con felicità immotivata, riesumando un vecchio meraviglioso regista dall’ospizio dei grandi artisti.
Sleep-o-Meter: 07 – Novecento (Danno Neurologico Irreversibile)
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