…Vijay And I!
La commedia agrodolce rientra in pianta stabile nei nostri cessi per non uscirne mai più, come i miliardi di batteri che si annidano intorno ai fori dello sciacquone. Gli Arquette tornano nell’agone, si giocano la carta Patricia, un asso di briscola, e si ripropongono in grande stile per contendere lo scettro di chi recita peggio ai Baldwin. Riuscirà un soggetto che è un insulto palese a “Fu Mattia Pascal” di Pirandello a essere fatto passare come commedia sofisticata, dai toni amari e dalla ineccepibile morale amorosa in grado di far sorridere oltre che riflettere? E, soprattutto, questa sarà una domanda più retorica del solito?
New York. Will è un attore di Broadway che, dopo un’interpretazione ai limiti della sufficienza in un’opera di Shakespeare che sembrava studiata da Carlo Vanzina, vive una seconda vita professionale nei panni del Coniglio Sfigatone. Le ciliegine sulla torta sono una figlia, Lily, assolutamente antipatica e una moglie analista freudiana, Julia Arquette, cui riesce a buttarlo solo una volta all’anno e pure male. Il giorno del suo quarantesimo compleanno tutti si dimenticano di lui tranne un ladro di automobili, che lo lascia a piedi sotto la pioggia, e la figlia che vuole dei soldi. Sconsolato, con ancora addosso l’abito del Coniglio Sfigatone, Will si reca al ristorante indiano dell’amico Rad per sfuggire all’affettuosissima famiglia e decide di passare lì la notte in cerca della pace emotiva (il pubblico, nel frattempo, l’ha già raggiunta abbondantemente).
La mattina seguente, appena sveglio, Will apprende dal telegiornale della sua presunta morte in un incidente d’auto: il ladro deve aver visto il suo lavoro teatrale e non ha retto il colpo propendendo per un attacco kamikaze contro il primo teatro di strada. Nonostante Rad cerchi di dissuaderlo dal fare follie, Will decide di stare al gioco per partecipare al proprio funerale e bearsi dei commenti del pubblico. Per farlo si trucca come un sikh con barba e turbante e si presenta come Vijay, banchiere indiano amico del defunto. Nonostante sia evidente che si tratta di Will con un posticcio, l’intero gruppo non si accorge minimamente della fuffa tandoori e comincia a insultare la memoria del morto come fosse la cosa più normale da fare. Vijay, stizzito dall’ipocrisia, trasecola, sclera e viene cacciato come l’ultimo dei barboni (quale effettivamente è con quel gatto bigio appiccicato sotto il mento).
Il giorno dopo, dispiaciuto per aver litigato con la moglie, si presenta alla porta della sua vecchia casa con un mazzo di peperoni e una boccetta di curry, ma la donna si tiene sulle sue: d'altronde non sono ancora passate le quarantotto ore di lutto prima di cominciare a distribuire transfert ai pazienti e portarseli sotto le coperte. Figurarsi farlo con un estraneo. Tuttavia questo passo falso non passa inosservato alla figlia che, temporaneamente rinsavita, chiede soldi al padre per mantenere il silenzio. Sistemati gli affari di famiglia, Will potrebbe rifarsi una vita in tranquillità, ma sceglie di ricominciare a corteggiare la moglie e scoprire che sotto l’irreprensibile aspetto della psicologa si nasconde un puttanone di proporzioni bibliche. A condire il tutto una serie di incontri con ex amici che non fanno altro che parlare male di lui (tra cui i suoceri che lo schifano e l’agente che cerca anche di inzaccherarsi la signora).
La nuova vita amorosa, scandita dalle leggi del tantra, viene interrotta quando, dopo una catena di amplessi da tre ore ciascuno, indossando i calzini, Vijay si fa sgamare da Julia. Dopo una crisi di personalità, la donna si precipita da Rad per incontrare Will, ma trova solo Vijay, perché Will è davvero morto. Non si sa come, non si sa perché, Julia accetta questa farsa, non firma le carte per il ricovero in psichiatria e decide di continuare a prendere il pollo tikka masala con tutte le salse e le guarnizioni possibili. Incerto il destino della piccola Lily che, spiazzata dal precipitare degli eventi, perde il vitalizio ricattatorio e s’incammina verso un futuro fatto di mastoplastica e matrimoni plurimi con miliardari ottuagenari. Ora capisco: era un film biografico sulla gioventù di Francesca Pascale.
Devastante per le sue implicazioni sulla conservazione delle sinapsi, il film è una bomba nucleare dritta sul sistema nervoso dello spettatore grazie alla sua completa mancanza d’intelligenza. Raffinato e dal sapore tenue, il lungometraggio è paragonabile a una bottiglia di champagne d’annata in cui hanno pisciato dopo aver mangiato asparagi prima di chiudere con il sughero. Estremo grido di dolore del mondo teatrale, la pellicola è l’ammissione di un problema di sottoccupazione nel settore e delle nuove vie per ricollocarsi che non prevedano la prostituzione. Una menzione per Julia Arquette, vera mattatrice della pellicola, che riesce, con una maestria incredibile, a sembrare un’attrice che interpreta faticosamente l’incapace che in realtà è, ma soprattutto a ribadire il primeggiare della vagina sul talento.
Sleep-o-Meter: 08 – L’Ultimo Imperatore (Esperienza Premorte)
"Il potentissimo professor Guidobaldo Maria Riccardelli era un fanatico cultore del cinema d'arte. Una volta la settimana obbligava dipendenti e famiglie a terrificanti visioni dei classici del cinema. In vent'anni Fantozzi ha veduto e riveduto: Dies irae di Carlo Teodoro Dreyer – sei ore –, L'uomo di Aran di Flaherty – nove tempi –, ma soprattutto il più classico dei classici, La corazzata Kotiomkin – diciotto bobine – di cui il professor Riccardelli possedeva una rarissima copia personale".
giovedì 22 maggio 2014
giovedì 15 maggio 2014
141 - Johnny Little Niggers ha visionato per voi...
…Winter’s Tale!
Contro tutti i populismi. Contro le voglie materiali del volgarissimo popolino bue. Contro chi non pensa più alle famiglie. Arriva per tutti noi un nuovo romantico eroe. No, non Renzi, ma il protagonista di una moderna fiaba per tutte le stagioni, quella che è stata e quella che verrà. Sperando che non siano entrambe caratterizzate dal meteorismo. Riuscirà Colin Farrell a interpretare l’ennesimo personaggio smidollato e senza nerbo, degno dell’interesse di Robert Pattinson, senza che il mastino Russell Crowe gli mastichi le tibie entro il terzo minuto dal loro primo incontro?
New York, primi anni del Novecento. Peter Lake Farrell, esperto di furti con destrezza in appartamento, è un orfano, stranamente proveniente dall’Est Europa, raccolto dalle acque del fiume Hudson da dei pescatori di vongole che lo trovano su una piccola barca. La sua infanzia è un gioiello sotto la cura di un famoso ladro con il collo di Adriano Pappalardo chiamato Pearly Soames Crowe, che in realtà è un demone infernale che trova soddisfazione nell'uccidere gente a caso insieme ai suoi scagnozzi. Peter, dopo il centonovantasettesimo omicidio, intuisce che forse il suo mentore è un poco di buono e decide di andarsene rifiutando di diventare il capo della gang. Braccato da un nugolo di venditori porta a porta, l’uomo più molle della terra si salva grazie a un cavallo bianco alato che in realtà è il Cane dell’Est (primo caso di travestitismo animale).
Il peggio sembra passato, ma quello stesso cavallo bianco, impone a Peter di rapinare la ricca dimora del giudice Penn, dove l’uomo conosce l’unica donna del mondo con la data di scadenza e l’obbligo di conservazione a 5° nel rispetto della HACCP. Lei è Beverly Penn, una giovane e bellissima donna dalla chioma rossa (rossa de cavej…), malata di consunzione e a un passo dalla morte. Peter se ne innamora come il peggiore frolloccone e decide di rimanere in città rischiando la ghirba e sfidando Pearly, che nel frattempo si nutre di bambini e inneggia al socialismo reale. Il giorno seguente la ragazza deve partire per la casa sul lago, dove la sta aspettando il resto della famiglia, e porta Peter con sé. In quel luogo della città Pearly e i suoi non possono arrivare per divieto di Lucifero Smith (e sul diavolo negro potremmo aprire un capitolo). I due amoreggiano duro, ma Pearly ingaggia un angelo assassino per uccidere la ragazza, che rappresenterebbe il miracolo di Peter.
Superato lo sgomento per questa catena di minchiate, Peter, perso l’amore puro e la comunione dei beni insieme al cervello, se ne torna a New York. Pearly lo insegue e lo uccide a mazzate. Poi lo lancia nel fiume Hudson per farlo mangiare dagli alligatori che infestano le fogne. Passano solo duecento anni e il povero Peter, con le pieghe da bagnato più profonde della storia su mani e piedi, riemerge dal fiume come un qualsiasi immigrato clandestino. La memoria è andata, ma grazie all'aiuto di una giornalista conosciuta per caso riesce a trovare delle foto di lui e Beverly durante la vacanza sul lago ghiacciato e gli ritorna in mente l’unica trombata della sua vita. Ritrova anche la piccola sorellina di Beverly, che lui aveva conosciuto alta come un soldo di cacio e ora è una vecchia babbiona: lei, prima di pulirsi la dentiera, gli fa capire che il miracolo che ha dentro di sé è per un'altra giovane donna dai capelli rossi (ringraziamo il rudere umano per aver fornito un dato ovvio).
A casa della giornalista, che pur di trovare un marito prende in casa un barbone, Lake conosce la sua figlioletta, malata di cancro, e, dopo aver intravisto il foulard rosso che indossa come turbante, capisce che è lei la giovane donna da salvare. Vi è un problema di circa cento chili: Pearly Crowe, dopo aver scoperto che Peter è ancora vivo, chiede al gran visir dei diavoli negri di poter avere uno scontro nel quale chi dovesse perdere morirebbe di morte vera. Peter ritrova il fortunadra… no il cavallo cane e vola con madre e figlia sul lago dei nostri maroni, dove vince la disfida con bisteccone e salva la piccola limonando duro con lei, grazie al suo alito salmistrato. Poi, soddisfatto come un militare che ha appena ciulato, sale in sella al suo bianco can cavallo alato e raggiunge la sua amata Beverly in cielo, trasformandosi in una stella della costellazione dell’Orchite.
Zuccheroso come un marshmallow caduto nel miele, il film è talmente stucchevole da indurre il coma diabetico e richiedere una terapia a base di mozziconi spenti sulle dita dei piedi e lettura estenuata di “La Piccola Fiammiferaia” e “Il Soldatino di Piombo”. Angusta e deprimente per tutti i molossoidi da riproduzione, la pellicola scatena crisi depressive, soprattutto tra gli alani, a causa della dimensione del pene dell’unico cane che può trasformarsi completamente in cavallo in situazioni di necessità. Indecente come il novantotto percento dei sexy selfie pubblicati da amanti britannici, il prodotto soffre evidentemente della costruzione per esclusione dell’intero cast, basti pensare che dopo i due protagonisti maschili erano rimasti in lizza una risma di carta da stampa e un rotolo di carta da culo. Una menzione particolare per il ruolo della donna che viene esaltato come un discorso del presidente dell’Unione Europea a una riunione del Fronte Nazionale Francese.
Sleep-o-Meter: 07 – Novecento (Danno Neurologico Irreversibile)
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
Statuto della Riccardelli Society
Il Gran Consiglio degli Onorati Membri della Riccardelli Society, riunito in plenaria, stabilisce nei seguenti articoli le regole costitutive e l'obiettivo della propria struttura:
Art.1 I film sono arte, ma anche l'idraulica lo è. (Clint Eastwood)
Art.2 La durata di un film dovrebbe essere direttamente commisurata alla capacità di resistenza della vescica umana. (Alfred Hitchcock)
Art.5 Non è necessario che un regista sappia scrivere, ma se sa leggere aiuta. (Billy Wilder)
Art.1 I film sono arte, ma anche l'idraulica lo è. (Clint Eastwood)
Art.2 La durata di un film dovrebbe essere direttamente commisurata alla capacità di resistenza della vescica umana. (Alfred Hitchcock)
Art.3 E' sempre meglio passare ai posteriori che ai posteri. (Tinto Brass)
Art.4 Tragedia è se mi taglio le dita. Commedia è se camminando cadi in una fogna aperta e muori. (Mel Brooks)
Art.6 Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l'imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile. (Woody Allen)
Art.7 Il cinema è l'unica forma d'arte nella quale le opere si muovono e lo spettatore rimane immobile. (Ennio Flaiano)
Art.8 La mia invenzione è destinata a non avere alcun successo commerciale. (Louis Lumiere)
Art.9 Hollywood è un viaggio nella fogna in una barca con il fondo trasparente. (Wilson Mizner)
Art.10 Al cinema preferisco la televisione. E' più vicina alla toilette. (Anonimo)
Art.11 Nella recitazione non rivelo altro che me stesso: essendo stupido non ho problemi. (Leslie Nielsen)
Art.11 Nella recitazione non rivelo altro che me stesso: essendo stupido non ho problemi. (Leslie Nielsen)
Art.12 Davanti a me vedo tutto meno quello che dovrei vedere. (Germano Mosconi)
Art.13 Il terrore travalica la mia capacità di razionalizzare. (Harold Ramis)
Eventuali ulteriori articoli possono essere segnalati e inseriti a insindacabile giudizio del Gran Consiglio degli Onorati Membri o chi ne fa le feci. Chiunque non dovesse rispettare lo Statuto, potrebbe ricevere una telefonata a casa e, entro sette giorni dalla stessa, copia di "City of Angels" autografata da Nicolas Cage in segno di monito e perenne marchio di infamia.