…Faster!
Automobili, belle donne, intrighi, pistole e pistola, inteso nel senso milanesissimo di imbecilli. Ecco la ricetta che avrebbe dovuto portare un film a fare cassetta e che invece per una scelta quanto mai folle degli ingredienti ha portato un film a fare calzetta. Riuscirà un attore emerso dal nulla, perché prima non si sapeva cosa facesse e se lo si sapeva lo faceva con un altro nome, che chiameremo per comodità Dwaine, a smettere in fretta e furia il tutù rosa e il taxi e a interpretare, alla sua marmorea maniera, un marmoreo antieroe metropolitano a caccia di marmorei nemici, inseguito da marmorei poliziotti e marmorei killer?
Stati Uniti, Corn Belt. L’Autista Johnson, un ragazzone mezzo nero e mezzo samoano che ricorda un famoso lottatore di wrestling, esce di prigione dopo dieci anni in cui ha frollato tutto il carcere, secondini compresi. Fuori di galera corre a piedi per migliaia di miglia per andare a prendere la macchina. Poi corre, con la macchina, per migliaia di miglia per andare a prendere la pistola e la lista di quelli da fare fuori. Poi corre, con la macchina, la pistola e la lista, per migliaia di miglia per andare a uccidere il primo nome della lista. Nel frattempo il Poliziotto Thornton, un eroinomane prossimo alla pensione con moglie eroinomane e figlio obeso, si mette sulle sue tracce. Dall’altra parte del paese anche il Killer Jackson-Cohen, un Forrest Gump ebreo miracolato dal Dio delle gambe, viene ingaggiato per far fuori l’Autista, ma prima si fa una trombatina con la bellissima tipa bionda che abita casa sua e poi si mette in marcia in Ferrari.
Nel flashback, che avrebbe dovuto essere il prologo in un film ben fatto, si scopre che l’Autista aveva fatto un grosso colpo in banca con il fratello e che i due, traditi, erano stati ammazzati a schioppettate da figli di madre ignota. Dopo essere stato morto per un po’ di ore, l’Autista si era risvegliato perfettamente lucido, non avendo dotazione cerebrale consistente, e pronto a scontare la pena in attesa di vendetta. Il vendicatore giunge dal secondo della lista, un vecchio porco baffuto che adesca studentesse minorenni a casa sua, e lo fredda spietatamente. Il Killer lo incrocia dopo un colloquio con la sua psicoterapeuta e dopo aver deciso di sposare la bionda. Gli eventi gli fottono la mira e lo manca. La polizia brancola nel buio e preferisce consumarsi in sigarette, droga e conflitti tra colleghi. A questo punto i normali in sala abbandonano la visione e vanno in un cinema porno; almeno lì c’è un’emozione, simulata, ma c’è.
Il Poliziotto comincia un’indagine seria, la prima della carriera, e si mette alle calcagna dell’Autista dopo un po’ di avvenimenti famigliari inutili, come accompagnare panzavolta alla partita di baseball. Il Killer si sposa e promette alla consorte di smettere il mestiere, ma non riesce a fare a meno di pensare al bersaglio sfuggito; sarà per quelle belle spalle da corazziere, sarà per quel bel quadricipite contratto, tanto è che la neosposa comincia a farsi qualche domanda. L’Autista, dopo una capatina dalla sua ex, che ha figliato con un ragioniere dal riporto incorporato, ha un mutuo da pagare e non lo desidera più, si reca dal terzo bersaglio, un buttafuori di colore, e lo squarta come o’capitone e’Natale. Per correttezza chiama il figlio del buttafuori e gli presenta le sue sincere condoglianze. Il buttafuori non è morto e il vendicatore deve affrontare un secondo tempo all’ospedale, dove lo aspettano anche il Killer e il segugio Poliziotto: della serie anche Gianluca Grignani prima di un concerto riuscirebbe a seguire questa scia di cadaveri.
Sistemato definitivamente il buttafuori eccoci arrivati, dopo, manco a dirlo, migliaia di miglia e aver trebbiato tutto il grano della fascia del grano, al quarto bersaglio: il padre dell’Autista, nonché ingroppatore giovanile suo e del fratello. Tempo di un parricidio sventato da morte prematura e dalla notizia che quell’uomo non era in realtà suo padre, ma un refuso sul copione, e via alla Chiesa Evangelista del Testicolo Gonfio per freddare la pretaglia che corrisponde al nome dell’ultimo bersaglio. Qui lo aspettano tutti. Il Poliziotto riesce a sparagli in testa, essere fatto gli raddrizza la mira, confessando di essere lui quello che lo freddò da dietro anni prima. Poi prova a pagare il Killer, che aveva ingaggiato, ma questi rifiuta i soldi e si ritira a una vita di onanismo ed emorroidi. L’Autista però non è morto: salvato dalla placca di acciaio che tiene insieme il suo cranio vuoto distrugge il Poliziotto, regalando una pensione da vedova alla stracciona e al panzerotto prima di sfrecciare verso il tramonto e, che novità sconvolgente, i campi di granoturco.
Terrificante come scegliere il sindaco tra Giuliano Pisapippa e Mestizia Moratti, il film alza improvvisamente i livelli di PSA oltre la soglia limite e invecchia l’apparato riproduttivo maschile al punto da generare improvvisi prolassi al sacco scrotale. Intelligente come accendere un petardo nella stiva di una petroliera, la pellicola basa le sue fortune sulle peripezie di un decerebrato muscoloso che insegue dei pervertiti con una pistola carica ed è a sua volta inseguito da decerebrati pervertiti. Una particolare menzione merita il regista, unico sopravvissuto al suo lavoro, che, nonostante i suoi quattro neuroni gli suggerissero il contrario, ha fatto di tutto, senza riuscirci, per creare una dialisi di Kill Bill in salsa omosessuale maschile. Primo prodotto cinematografico zombificatore da far vedere nei reparti di terapia riabilitativa in quanto stimola la mobilità anche in coloro che sono in stato comatoso irreversibile.
Sleep-o-Meter: 04 – Il Piccolo Buddha (Coma
Etilico)