giovedì 29 novembre 2012

95 - Johnny Little Niggers ha visionato per voi...

…I Bambini di Cold Rock!
L’orripilante provincia americana, dove il bovaro si fonde con il bifolco e con il boscaiolo, torna protagonista con il suo irrinunciabile milieu fatto di fuitine, roulotte e carcasse di automobili arrugginite. Profili duri, arcigni, segno evidente di disfunzioni ghiandolari e rapporti tra consanguinei, per il nuovo capolavoro del genere inquietansospettosmenzognerompicoglionistico. Riuscirà Jessica Biel, adatta alla pellicola come un catetere a un malato di reni, grazie alla dolcezza dei suoi lineamenti, a risultare una credibile filantropa almeno per il tempo necessario a correre in farmacia a comprare degli antidepressivi?
Cold Rock, posto di merda in Stato così così, USA. Nella cittadina mineraria in dismissione di Cold Rock i bambini spariscono come le anfetamine a un rave party. Mentre i genitori degli scomparsi danno di matto e girano per la cittadina con una coperta in testa, Julia Denning Biel, vedova del dottore del paese morto di meteorismo, tra un parto in casa e l’altro, cerca di mantenere una dignità nonostante il copione. La leggenda diffusa vuole che a rapire i frugoletti sia l’Uomo Alto, un essere soprannaturale che ha il superpotere di essere alto (minchia, grazie alle mie gambe sono assimilabile all’uomo nero). Dopo un paio di scene a caso, giusto per introdurre lo squallore, l’Uomo Alto s’introduce in casa di Julia e, dopo aver stordito la domestica Dolores De Culo, evidentemente affetta da cretinismo delle valli, le sottrae l’inutile bambino segalitico che ospita nella camera al primo piano.
Ciò che l’Uomo Alto non sa è che Julia è in realtà un Terminator 1000 che si appende al furgone del rapitore, in vestaglia e crocs, e non molla la presa nemmeno quando il flusso canalizzatore apre il canale per il viaggio nel tempo. Julia riesce a far fermare il furgone, ma deve fare i conti con Augenthaler, il pastore tedesco dell’Uomo Alto, che le scarnifica una gamba. Alla fine, l’Uomo Alto la stordisce e si porta via il pupo. Julia viene raccattata dal Tenente Dodd, il genio dell’FBI che segue il caso delle sparizioni, e scaricata alla tavola calda del paese, dove per poco viene linciata dalla folla: un raro caso di transfert spettatori-attori. Fuggita dalla furia degli avvinazzati, nascosta nella macchina dello sceriffo, un vecchio inutile come le infradito sulle piste da sci, Julia si ritrova in un vecchio sanatorio, dove scopre essere nascosto il piccolo.
La rincorsa è breve, perché l’Uomo Alto tira una papagna da competizione e il mostro della corsia sviene. Al risveglio, la donna è legata a una sedia, ma dopo un primo momento di gioia, ricordando i giochi erotici con il dottore, scopre che il suo carceriere è una donna del paese: la vera madre del piccolo. Quindi è Julia la rapitrice? Zuffa, contro zuffa e la Biel, sempre più tumefatta, stende la madre disperata e si porta via il bambino grazie all’intervento della muta del paese: una ragazzina che al posto di polizia si è spacciata come la nipote di Mubarak. L’infermiera torna subito a casa, dove la domestica appronta il sito per l’avvento dell’Uomo Alto, quello vero. Julia gli consegna il mini onanista e si prepara all’arresto bevendo un silo di whiskey pidocchioso. Dolores, invece, preferisce un sano suicidio per impiccagione, ammesso che la corda regga il suo culone.
Dopo aver preso una pietra di sette chili in faccia senza morire, confermando di essere un robot, Julia Biel si dichiara colpevole dell’omicidio di tutti i bambini rapiti, seppelliti, a sua detta, nelle miniere e nei boschi. Nemmeno lo spirito di madre Teresa di Calcutta riesce a convincere Julia a ritoccare la propria versione. Nel frattempo l’Uomo Alto colpisce ancora e sequestra la muta del paese, nonostante, con i suoi sedici anni, sia ormai troppo stagionata. Il rapitore si rivela essere il dottore scorreggione, marito non defunto di Julia, che smazza bambini di famiglie disagiate a facoltose schiatte di Philadelphia: praticamente la Nicole Minetti della costa est, sebbene con il costume bianco di Parah stia decisamente peggio. La Biel si spara un ergastolo a rischio morte (una speranza, più che un finale, se continua a recitare così), ma in fondo non frega nulla a nessuno, dato che al massimo può attizzare una pianta ad alto fusto nel periodo di impollinazione.
Appesantito e appiccicoso come un fazzoletto pieno di moccio, il prodotto lascia tracce confuse come una lumaca su un marciapiede, ma è molto meno dinamico. Debitore di ossigeno e d’idee a un ricoverato in terapia intensiva, il film inquieta e terrorizza come una puntata di Winnie the Pooh in cui i protagonisti non riescono a trovare il miele. Astrattista, ma molto figurativa, la pellicola si presenta come una nuova frontiera della regia in cui, attraverso la sovrapposizione di elementi geometrici a caso, il regista ottiene un’unica figura: la figura di merda. Incredibile Jessica Biel che, dotata dalla natura di un’espressione naturalmente incazzosa, dona al popolo perle di sorriso che farebbero trasalire il guardiano di un manicomio criminale e si ostina a lavorare con i bambini per danneggiarne irreparabilmente l’infanzia.

Sleep-o-Meter: 06 – L’Assedio (Coma Profondo)

giovedì 22 novembre 2012

94 - Johnny Little Niggers ha visionato per voi...

…Che Cosa Aspettarsi Quando Si Aspetta!
La gravidanza: quel momento in cui le donne cominciano, anche alla seconda settimana, a camminare con la schiena piegata all’indietro e con una mano sul fianco; quel momento in cui le donne chiedono di passare davanti a tutti nella coda al supermercato anche quando si sentono bene; quel momento in cui le donne smettono di soffrire di mal di testa a causa degli ormoni, ma trombare diventa una partita a Tetris. Riuscirà la scuola della commedia americana a distruggere il minimo senso paterno degli spettatori di sesso maschile e a far vincere definitivamente tutte le videogame console nell’acerrimo confronto con la famiglia umana?
Atlanta, città media fatta di quartieri medi per cittadini medi. Nella ridente cornice della vita civile americana integrata e senza spocchia s’incrociano diverse storie sulla gravidanza da fare ribrezzo ai maiali mentre si scannano per accedere al trogolo. Esordisce Jules Diaz che, sgarzolina come l’ape Maya, ha fatto cogliere il suo frutto più prelibato al suo partner Evan durante il programma “Ballando nelle Stalle”. Risultato: edizione vinta alla grande con vomito nella coppa durante la premiazione. Segue a ruota Wendy Banks, proprietaria di un negozio per bambini e autrice di un libro sui capezzoli da latte, che si fa ingravidare dal marito, Gary Cooper (disgustorama), durante la proiezione di Dirty Dancing al parco. Parco che vede anche il timbro della terza fattrice, Rosie Kendrick, che lo prende dal vecchio compagno di liceo Marco. Questa apnea spermatica basterebbe anche a una banca del seme, ma non è finita, purtroppo.
Infatti, quando Wendy e Gary vanno dal padre di quest’ultimo, l’ex-pilota automobilistico Ramsey, scoprono che la matrigna di Gary, una puledra di tutto rispetto, è stata trapanata con successo dal vecchiardo (due gemelle). A tenere alta la bandiera degli uteri indipendenti Holly Lopez, fotografa frustrata che non può avere figli e vuole adottare un etiope. Il suo compagno Alex non è molto convinto e viene spedito a passeggiare con dei giovani padri che gli possano illustrare la loro vita d’inferno. Le settimane passano tra battute sboccate, litigi e perdite urinarie, ma avviene il primo colpo di scena: Rosie perde il pupo e sbatte Marco fuori di casa. Comincia il tracollo dell’intero cast, per non parlare di quello degli spettatori. Gary mangia come un bufalo, perché sua moglie è diventata una latrina in una pineta canadese dove vanno a cagare i boscaioli; Jules ed Evan litigano perché non sono d’accordo su come arredare il pistolino del nascituro; Holly e quell’altro sfigato devono prendere coscienza che avranno un figlio etiope.
Momento di calma e difficoltà per tutte le coppie in gioco. Sembra proprio che il sacro dio delle gravidanze stia guardando dall’altra parte, ma proprio quando gli uomini in sala stanno per mettere la mano sul loro fidato joypad, svetta il vecchio Quaid con la sua giumenta da sbarco. Distribuendo soldi a pioggia e sparando cazzate a raffica, Ramsey rianima leggermente una trama in terapia intensiva dal secondo minuto e ci porta al culmine. Mentre Alex si inimica tutti i padri per delle sciocchezze che funzionano solo nella trama di un film cretino, Marco prova ad avere una seconda chance con Rosie, ma questa è diventata improvvisamente una figa di legno per adeguarsi al cast. Degna di menzione Wendy, che a una convention per neomamme si piscia addosso e dà una versione della gravidanza che sembra il nono capitolo di Saw – L’Enigmista.
Pronti via, tutti all’ospedale per sgravare. La prima a scodellare e Jules, che ritrovata la sintonia con Evan spara fuori una femmina (primo caso di bambino che si evira nell’utero pur di non essere circonciso). Segue Skyler, la manza da monta modello barbie, che produce due gemelle senza dire beo per la gioia del vecchio. Wendy, invece ha difficoltà, manco a dirlo e deve affrontare un cesareo difficile, ma alla fine spara fuori un bel maschio di circa due anni, lavato e con già i denti (erano finiti i soldi e hanno preso il cugino del costumista). Rosie, cugina di Wendy, trova Marco, che ha maciullato un piede al suo socio con un furgone, proprio mentre va a trovarla in ospedale e decide che è il momento della seduzione. Gli altri due, sopravvissuti a ebola, tornano con un frugoletto che sembra Renato Pozzetto d’ebano e vivono tutti felici e contenti come un gruppo di erotomani onanisti chiusi in un ripostiglio con il bidone aspiratutto. 
Devastante idiozia al gusto di colostro, il lungometraggio è un’enorme spot pubblicitario per i prodotti contraccettivi in cui la vita umana è un morbo incurabile che porta sventura e malessere come l’epidemia di Peste Nera del 1348. Silenzioso e mefitico come una flatulenza in aereo, il prodotto è leggero e scanzonato come il discorso di Adolf Hitler al Reichstag, ma lascia molte meno speranze per il corretto evolvere dell’umanità. Delirio di fluidi corporei e sentimenti contrastanti, la pellicola ha certamente affrontato un travaglio difficile e complesso, senza accorgersi che non si trattava di una gravidanza, ma di semplice colite, producendo una montagna di escrementi assortiti dal colore alieno. Gioco facile per Jennifer Lopez che, sovrastata da un soggetto ignobile, non ha nemmeno dovuto metterci del suo per far fallire il progetto con la sua abile tecnica recitativa.

Sleep-o-Meter: 05 – Il The nel Deserto (Coma Farmacologico)

giovedì 15 novembre 2012

93 - Johnny Little Niggers ha visionato per voi...

…Ciliegine!
La grande tradizione scientifica italo-francese prosegue la sua attività di confutazione delle più consolidate teorie con risultati egregi. Una sfida improba alla più funzionale e abusata legge del cinema: un buon attore nel 98,7% dei casi può anche fare il regista solo se ci mette il nome e lascia fare a un vero regista (l’1,3% restante è costituito da attori che sono morti prima di provarci). Riuscirà Laura Morante, autrice di un soggetto originale come un calzino filo di scozia blu, a imbroccare tutte le scelte più sconvenienti e di rottura, come assegnarsi una parte brillante, e a far sì che anche gli intellettuali puri rimpiangano Boldi e De Sica?
Quanto sei bella Parigi quando è sera, soprattutto se non incontri attrici italiane. Amanda Morante è una donna indipendente dalla carriera indefinita che ama demolire gli uomini con cui intrattiene una relazione e, quando assenti, sempre più spesso, anche quelli delle altre. A sopportarla ancora, ci sono solo l’amica Florence, il marito di quest’ultima Hubert, psicanalista con la vita casalinga alla Raimondo Vianello, e la figlia adottiva Noemie, l’unica normale dell’intero film (e infatti ha solo quattro battute). La donna, oltre a snocciolare perle di cinismo trito e ritrito contro il genere maschile, segno evidente di aviopenìa compulsiva, vive un rapporto amoroso fallimentare con il povero Bertrand: il prototipo del francese modello con l’espressione arguta di Sarkozy, il fisico scultoreo di Hollande e la fiatella mefitica di Chirac.
La vita sembra un orrore per Amanda, ma la notte di Capodanno incontra Antoine Eblé, un collega di Florence prossimo alla separazione da una moglie insensibile e per questo anch’egli single. L’uomo è stranamente attraente per essere un francese, infatti l’attore che lo interpreta è di origine algerina. A causa di un malinteso, tuttavia, Amanda è convinta che Antoine sia omosessuale per cui si libera dalla sua androfobia e comincia con lui un rapporto di amicizia e confidenza. L’uomo, però, essendo uomo per definizione, anche nei momenti più bui pensa solo alla gnocca, pertanto comincia a innamorarsi di Amanda nello stupore generale, visto che questa non fa altro che parlare di argomenti stucchevoli. Dopo il terzo film turco con i sottotitoli in uzbeko, anche la resistenza di Antoine vacilla e il pover’uomo decide di prendersi un periodo sabbatico.
Periodo che arriva giusto giusto per lasciare spazio alla nuova carica di Bertrand, che addirittura propone alla donna di comprare casa insieme, dimostrando di essere un vero disadattato. Senza il suo amico Antoine, che rappresenta tutte le ragioni per cui il miglior marito del mondo è un gay, Amanda è perduta e nicchia su tutto, con il consueto meraviglioso piglio che ha reso la Morante una bomba sexy depressa riconosciuta in tutti gli ospedali psichiatrici del globo. Florence vorrebbe intervenire a spiegare l’equivoco, ma Hubert non lo permette: solo la convinzione dell’omosessualità di Antoine può guarire Amanda dall’androfobia. Nel frattempo il poveraccio, innamorato fradicio e senza sigarette, ha un collasso nervoso totale. Ed è qui che s’innesta il genio: ci pensa Maxime, collega biadesivo di Florence, a fingersi il compagno di Antoine e a far ingelosire Amanda con il comportamento più checca mai visto dai tempi de “Il Vizietto” con Ugo Tognazzi.
La donna reagisce pienamente alla cura, poiché l’orgoglio della vagina, che nella cinematografia impegnata di sinistra deve emergere come uno stronzo nell’acqua, fa si che lei si lanci al capezzolo di Antoine il quale, a sua volta stanco di quella farsa e di avere le sciarpe di Maxime in casa, la bacia appassionatamente senza lingua e se la porta in riva al lago Fregola per una due giorni di concetti filosofici, libri impegnati e teorie sul comportamento coniugale. In realtà la mette a cane senza pietà ed entrambi trovano il buon umore. Il delirio è dietro l’angolo della farmacia che aspetta come un rapinatore stitico: mentre a Parigi Hubert gongola tronfio per il successo delle sue inutili teorie psicanalitiche, al lago Fregola Antoine, per la prima volta, fa una cosa da uomo e Amanda recupera immediatamente la sua espressione incarognita androfoba, pronta per almeno altri dieci film con Silvio Orlando e Nanni Moretti.
Esteticamente voluttuosa come i partecipanti alle primarie per il Partito Democratico italiano, la pellicola mette in evidenza con disarmante rigore i tratti morbidi e accoglienti della Morante che ricordano un cavallo di frisia nazista durante lo sbarco in Normandia. Lento ed estenuante, il prodotto riproduce molto da vicino il passo incerto di un ottantaduenne con girello che si avvia verso la casa di riposo, mentre il figlio maggiore che ha ereditato in anticipo gli sussurra: “Coraggio papà è solo per poco, vengo a prenderti alla fine dell’estate”. Mai più visto. Efficiente e razionale, il film in soli ottantacinque minuti riesce a fornire più argomenti di chiunque altro alla necessità di far avanzare la legge che blocca i fondi pubblici per il cinema, portando le scoregge intellettuali del radicalismo chic nel mondo delle scoregge fisiche. Grande Pascal Eblé che mette in cascina l’ennesimo film mediocre e si propone come il Daniele Bossari del cinema francese.
 
Sleep-o-Meter: 09 – The Dreamers (Morte Cerebrale)

giovedì 8 novembre 2012

92 - Johnny Little Niggers ha visionato per voi...

…Cosmopolis!
Lo sdoganamento è un’attività dura, ma qualcuno deve pur esercitarla. Il processo d’imborghesimento di Robert Pattinson passa per la strada dell’intellettualismo, della cinematografia impegnata fatta di grandi messaggi e scopate fuori contesto, dei festival culturali e delle scelte stilistiche discutibili. Mentre il prossimo passo sarà certamente l’incontro con l’incomprensibile regista Malik, riuscirà l’uomo capace di accettare un ruolo in cui ti infilano un dito nel culo per tre minuti a consacrarsi nell’olimpo dei grandi attori icona nonostante l’imminente uscita dell’ultimo attesissimo capitolo della saga di Twilight?
New York, giorni nostri, anzi giorni loro perché ci hanno pignorato anche quelli. Erik Packer Pattinson è un finanziere miliardario paranoico che vive nella sua limousine e gira in modo convulso e compulsivo per New York, nella fattispecie Manhattan. Nonostante il capo della sua sicurezza sconsigli di girare per la città in auto, data la visita del Presidente degli Stati Uniti e conseguenti tafferugli, Erik decide di andare a farsi regolare il taglio dei capelli dal suo barbiere di fiducia, un vecchio avvinazzato che si abbuffa di parmigiana di melanzane. Con la partenza del veicolo comincia una ridda di visite inutili nell’abitacolo, con annesse perle di saggezza in materia economica. Si parte con il capo dei servizi informativi Shiner: l’azienda è sotto attacco speculativo sullo Yuan cinese e occorre una verifica dell’impermeabilità dei sistemi e della prostata del capo. Dialogo utilissimo a inizio film, quando non si è ancora capito chi è il protagonista.
Segue breve incontro con la moglie frigida Elise, una poetessa miliardaria che non vuole trombare con lui a causa di una politica di conservazione dell’energia a beneficio della sua attività letteraria del tutto assente. Poco male, il ragazzo si rifà con la consulente artistica Didi Binoche, messa a pecora sul sedile della limo prima di parlare di quadri e grossi acquisti artistici. Acquisti con un patrimonio del tutto immaginario, poiché lo Yuan non scende e i miliardi di Erik si stanno volatilizzando come i fans di Giusy Ferreri. Spaventato, il miliardario chiama la sua consulente finanziaria di punta, Jane, per una riunione d’emergenza. Sfortuna vuole che la donna, chiamata nel pieno del jogging, salga in macchina, sudata e calda, quasi in concomitanza con l’arrivo del dottore che quotidianamente effettua il check-up a Erik. L’apice viene toccato durante l’esame della prostata, quando Jane si mastruzza ed Erik la insulta. Diagnosi: orgasmo per lei e prostata asimmetrica per lui.
Dopo un altro dialogo edificante con la moglie e la presa di coscienza circa l’impossibilità di essere di nuovo ricco e di trombarla, Erik, sempre più concentrato sulla sua prostata, carica la libera pensatrice Vija, prima di entrare nel tafferuglio dei black block, che gli illustra un’edificante teoria dei rapporti umani che farebbe dire “Cazzo di Budda” al Dalai Lama. Con la macchina conciata come il cesso di una bettola irlandese, Erik comincia ad acquisire una dimensione iperparanoica, ma per non perdere le vecchie abitudini si infila in un hotel per inforcare la guardia del corpo Kendra, una bella patatona mulatta. Finita la ramatina è la volta del manager del suo cantante preferito che gli annuncia la morte dell’artista dopo aver ascoltato un paio di canzoni di Ligabue. Erik si sta liberando di tutti gli orpelli della sua ricchezza e, metabolizzato il lutto in dieci minuti, comincia a fare cose da psicotico come uccidere il suo capo della sicurezza di fronte a testimoni.
Si arriva dal barbiere: il taglio viene regolato a membro di canide, giusto per demolire la speranza dell’ultimo spettatore circa l’imminente fine, anche perché Erik si butta giù tre tonnellate di melanzane e non ha interesse a restare vicino alle ascelle del vecchio artigiano. L’ex-riccastro riparte e si fa portare al posteggio delle limousine, dove viene preso a pistolettate dal pazzo Benno Giamatti. L’ex-dipendente, economista frustrato, passato lo scompenso psichico, accoglie il vecchio datore di lavoro nella sua magione e gli illustra la teoria scientifica che lega la dimensione della prostata alle variazioni monetarie sui mercati mondiali. Erik, piuttosto che dare retta a quelle stronzate, si dà all’autolesionismo e si spara a una mano, ma perde credibilità quando vacilla di fronte al dolore e chiama il colpo finale del suo persecutore che, infilato l’asciugamano per fare i suffumigi con la colla industriale, gli spara ponendo fine a questo capolavoro (per tutti coloro che odiano il cinema).
Eiaculazione precoce della peggiore spocchia intellettualistica, il prodotto è frutto di una sceneggiatura scritta in sei giorni, tra una colica e l’altra, e basata su un romanzo interminabile come il conteggio dei calcoli renali di un alcolista malato di gotta. Ostico e faticoso nelle sue concezioni più ermetiche, il film ha un’assimilazione dolorosa e lenta come l’esercizio della manovra di Valsalva per la defecazione dopo aver mangiato arachidi per una settimana. Divertente come pisciarsi nella tuta al Polo Nord inseguiti da un orso polare, il lungometraggio all’inizio scalda l’inguine, complice il movimento, ma alla lunga crea prurito e fastidiose piaghe da trattare con lunghe sedute di terapia. Eroico Pattinson che, anche nei film più cervellotici, riesce a timbrare le colleghe con una facilità invidiabile, pur avendo il fascino discreto di un ano che si contrae.
 
Sleep-o-Meter: 09 – The Dreamers (Morte Cerebrale)

venerdì 2 novembre 2012

91 - Johnny Little Niggers ha visionato per voi...

…Resident Evil: Retribution!
L’avevamo lasciata lì, legnosa come al solito, sull’Arcadia della sua giovinezza, mentre conduceva per mare la razza umana a fare l’inchino all’Isola di Pasqua. L’avevamo lasciata lì, con un fucile a pallettoni caricato a monetine, nemmeno fosse un ultras calcistico italiano. L’avevamo lasciata lì, dopo che aveva eliminato un arabo nel terzo capitolo e un negro nel quarto senza candidarsi con i repubblicani. Dopo averla lasciata lì, senza avere la minima intenzione di andarla a riprendere, riuscirà la nostra immarcescibile Milla Tavolaccio Jovovich a vincere la resistenza del suo cervello e a regalarci la terza espressione facciale della sua vita?
Mondo fradicio di armi biologiche. Dopo un inutile e noioso riassunto dei primi quattro capitoli della saga, grazie al quale emerge quanta rogna porti l’agguerrita Alice a chi la frequenta, ci si catapulta sull’Arcadia in tempo per lo sterminio degli ultimi umani semi-sani da parte della Umbrella Corporation. Finita la sparatoria, durante la quale la protagonista riesce a distruggere un elicottero nucleare con un trombone da brigante calabrese caricato a sale grosso, Alice viene catturata e portata in un laboratorio segreto della corporazione per alcuni esperimenti su nuove armi, tra cui il dildo multiplo e il braccio per fistfucking. Dopo un po’ di torture non lesive fisicamente, il sistema di sicurezza viene hackerato da un misterioso amico e Alice recupera la tutina attillata da virago e le pistolone. Aperto un portone a marchio Umbrella, Alice si trova nel centro di Tokio dove una emo giapponese con la gengivite squarta un passante. Godzilla non si vede, quindi c’è qualcosa di strano nell’aria.
Sbudellati un po’ di zombie con un lucchetto attaccato a una catena rubata da un motorino, Milla si trova nella centrale operativa dove Ada Wong e Albert Wesker, i vecchi nemici, le raccontano la verità: lei è prigioniera in un sito sottomarino russo in cui la Umbrella simula le invasioni biologiche delle grandi città del mondo. A governare la baracca c’é la Regina Rossa, il computer ragazzina che nemmeno S.O.S. Tata riesce a costringere a fare i compiti di geometria. Come non bastasse, nel riciclone generale, tutti i personaggi delle precedenti edizioni della porcata sono stati clonati o riesumati. Nel frattempo, la squadra armata di recupero, nome in codice Carne Morta, inviata da Wesker a prelevare Alice e Ada, fa irruzione nel complesso per piazzare qualche carica e farlo saltare a recupero avvenuto. Nella squadra c’è il negrone del film precedente, reclutato non si sa come visto che sparava a zombi mutati dentro un canale di scolo fognario.
La Regina Rossa lancia tutto il suo arsenale di cloni, zombie, esseri, virus, batteri, prolassi, cateteri e caccole contro le fuggiasche, che in uno dei teatri di posa a disposizione raccattano una bambina da simulazione sordomuta. Mancava qualcuno che rallentasse la fuga. Tra una coccolina alla pupa e l’altra, Alice semina morte e distruzione con qualsiasi cosa a sua disposizione, anche una culla in legno verniciata di rosa, mentre i suoi presunti salvatori sono sgranocchiati dalle peggiori creature tranne due. Si arriva all’ascensore della salvezza, cioè una piattaforma di fabbricazione sovietica che s’impalla a ogni piano come ogni meccanismo prodotto dall’efficace sistema professionale del socialismo reale, tra atti eroici e puttanate granitiche. Non appena Alice manifesta interesse per la salute di qualcuno, questo rasenta la morte con la precisione di un bisturi. Con l’esplosione del sito e la fuga precipitosa con ragazzina al seguito si finisce a fischiettare sul pack.
Si sapeva che il film era un pack, ma non così tanto. La tiepida tranquillità siberiana è distrutta da un sottomarino nucleare con cui la Regina Rossa stoppa la fuga. Mentre i due superstiti del battaglione Carne Morta si fanno fare un culo a capanna da una soldatessa mutata, Alice combatte in slow motion (non gliela fa più) con Jill, sua vecchia amica controllata da un ragno robot della regina. Tutto sembra perduto quando Alice libera Jill dal ragno e insieme sminuzzano il ghiaccio e fanno cadere la soldatessa alle grandi manovre nell’acqua gelida, dove viene divorata dagli zombi natanti. Trasferita a Washington in elicottero, Alice scopre che Wesker si è insediato alla Casa Bianca e che ha costruito il Fosso di Helm intorno al sito per difendere l’ultimo baluardo umano dalla furia della Regina Rossa. Wesker le inietta a sorpresa il virus T e le dona di nuovo i suoi superpoteri gnoccazombie per combattere. Se ne deduce che ci sarà anche un sesto capitolo. Latte allo scroto.
Accozzaglia cinematografica di devastante noiosità, il film mostra esiti incerti come quelli di un ippopotamo in tutù che percorre in monociclo una trave fatta di polistirolo. Apprezzato dalle aziende produttrici di lassativi, il lungometraggio è un capolavoro di stitichezza creativa, in cui l’unica cosa originale è il disturbo psicosomatico intestinale che causa in ogni singolo spettatore. Avveniristica nelle sue implicazioni etiche e morali, la pellicola assegna un nuovo e tonante significato al termine “osceno” e alla definizione di ciò che deve o non deve guardare anche il pubblico più maturo. Graditissimo in India, soprattutto da santoni e fachiri, il prodotto regala nuove motivazioni per una vita fatta di ascetismo e dolore e improntata alla mortificazione della carne, sebbene metta a dura prova le più forti scuole pacifiste e non violente. Un appunto per Milla Jovovich: se avesse dato ascolto al marito e avesse impiegato in scena il suo clone plastinizzato, il girato sarebbe stato di migliore qualità.

Sleep-o-Meter: 06 – L’Assedio (Coma Profondo)

Statuto della Riccardelli Society

Il Gran Consiglio degli Onorati Membri della Riccardelli Society, riunito in plenaria, stabilisce nei seguenti articoli le regole costitutive e l'obiettivo della propria struttura:

Art.1 I film sono arte, ma anche l'idraulica lo è. (Clint Eastwood)

Art.2 La durata di un film dovrebbe essere direttamente commisurata alla capacità di resistenza della vescica umana. (Alfred Hitchcock)

Art.3 E' sempre meglio passare ai posteriori che ai posteri. (Tinto Brass)

Art.4 Tragedia è se mi taglio le dita. Commedia è se camminando cadi in una fogna aperta e muori. (Mel Brooks)

Art.5 Non è necessario che un regista sappia scrivere, ma se sa leggere aiuta. (Billy Wilder)

Art.6 Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l'imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile. (Woody Allen)

Art.7 Il cinema è l'unica forma d'arte nella quale le opere si muovono e lo spettatore rimane immobile. (Ennio Flaiano)

Art.8 La mia invenzione è destinata a non avere alcun successo commerciale. (Louis Lumiere)

Art.9 Hollywood è un viaggio nella fogna in una barca con il fondo trasparente. (Wilson Mizner)

Art.10 Al cinema preferisco la televisione. E' più vicina alla toilette. (Anonimo)

Art.11 Nella recitazione non rivelo altro che me stesso: essendo stupido non ho problemi. (Leslie Nielsen)

Art.12 Davanti a me vedo tutto meno quello che dovrei vedere. (Germano Mosconi)

Art.13 Il terrore travalica la mia capacità di razionalizzare. (Harold Ramis)

Eventuali ulteriori articoli possono essere segnalati e inseriti a insindacabile giudizio del Gran Consiglio degli Onorati Membri o chi ne fa le feci. Chiunque non dovesse rispettare lo Statuto, potrebbe ricevere una telefonata a casa e, entro sette giorni dalla stessa, copia di "City of Angels" autografata da Nicolas Cage in segno di monito e perenne marchio di infamia.