…La Casa Muta!
L’industria del cinema orrorifico non si ferma nemmeno davanti al sottosviluppo endemico e scaglia dall’Uruguay la sua ultima pietra contro il fragile vetro dei nostri testicoli. Il paese che ben rappresenta la cistifellea del Sudamerica rialza la testa nonostante un Presidente clonato da Michele Giordano. Riusciranno una casa vuota e un’attrice affetta da squittii inconsulti a reggere una trama scritta da un capibara con la diarrea, mentre due flaccidi cinquantenni deambulano spaesati tra pezzi d’arredamento degli anni sessanta?
Uruguay, o Uragay, come direbbe Homer Simpson. L’apatica Laura e il padre Wilson, il classico sudamericano con la camicia aperta fino ai maroni, la barba incolta e la canotta sporca di burrito, hanno appena acquistato una bicocca cadente in mezzo al boschetto degli orrori. Il proprietario, nonché amico di famiglia, tale Nestor, dopo aver cercato di rifilare la casa anche a una muta di cani randagi, ha optato per uno scambio alla pari: voi ve la ristrutturate e io ve la vendo in comode rate da cravattaro. Laura, la cui felicità sprizza da ogni poro come se le avessero schiacciato i metatarsi con una mazza da demolizione, esegue tutto quello che dice papà e di conseguenza vaga come uno zombie per la magione. Arriva la notte: Wilson, sotto effetto dell’alcool, crede che si tratti di un pigiama party di Halloween e vuole dormire in salotto con le cucarache.
Laura cerca di prendere sonno, ma un rumorino, proveniente dal piano superiore la tiene sveglia. Di conseguenza, come farebbe ogni donna che si rispetti, perché non svegliare anche il maschio dormiente attiguo? Il papà, sbiascicando come Maurizio Costanzo, le dice che sono quegli antipatici dei vicini, ma Laura controbatte che sono in una villa monofamiliare in mezzo al niente. L’uomo si riaddorme e Laura prova a seguirlo, ma tornano i rumori inquietanti. Wilson, scocciato, accondiscende a fare un’ispezione, mentre l’energica prole comincia a squittire e ad ansimare. Da sopra si sente il buon Wilson che viene squartato a dovere e Laura comincia a produrre ultrasuoni. Afferrata una lanterna e quel minimo di coraggio rimasto, Laura sale al piano di sopra a cercare il padre e lo trova sgozzato come un maiale con un falcetto accanto. La ragazza nitrisce e comincia a vagare per la casa.
Passa una mezz’ora buona, in cui Laura ci guida nel tour della casa, ci fa ascoltare le filastrocche alla radio e perde moccio sui tappeti. Dopo un po’ ritorna sulla scena del delitto per scoprire che il padre è sparito. Finalmente dice “papà”. Me cojons e meno male che le donne sono più precoci a parlare. Tornata giù trova il genitore adagiato sull’unica poltrona buona in una pozza di sangue. Laura sembra Anna Marchesini quando fa la cameriera secca, ma la imita talmente male da far paura. Nuovo tour dell’abitazione, con recupero di una vecchia polaroid con ricariche per il flash. Il reperto vale un pozzo di quattrini, ma lei se ne sbatte, si infila in soffitta e si nasconde giusto in tempo per evitare i pantaloni e le scarpe del maniaco (il busto non si vede, ma è probabile che per questioni di costi non sia mia esistito). Fuggita in giardino, Laura incrocia Nestor sul suo fuoristrada mentre va a puttane e lo trascina in casa.
Ennesimo giro dei tre piani più mansarda, per la gioia degli agenti immobiliari della zona, finché Laura non impazzisce e prende a mazzate Nestor. Quando l’uomo si riprende dalle legnate, la ragazza sta sfogliando tutte le foto che l’uomo faceva alle sue puttanelle prima della sana pastura. La casa, rivelazione angosciante, non era altro che lo scannatoio di Nestor e Wilson, finché quest’ultimo non aveva venduto Laura al primo per una bottiglia di Pampero e una scatola di sigari rancidi. La ragazza, rimasta gravida, era stata costretta ad abortire e se l’era legata al dito. Nestor viene brutalizzato, insultato e sderenato prima della passeggiata del mattino con cui Laura si allontana nel sole insieme allo spiritello della figlia morta. Le autorità, giunte nei giorni successivi, dichiarano il caso un evidente doppio suicidio con gioco erotico finito male e tornano a prendere mazzette alla centrale di polizia.
Indecente come l’odore di un essere umano che si è rotolato in un letamaio, il prodotto rappresenta l’ennesimo indizio che, volenti o nolenti, qualcosa nel dicembre di quest’anno deve succedere, poiché una società del genere non può sopravvivere alle ere. Coerente come l’elettore medio di un partito politico a ispirazione religiosa, la pellicola è la dimostrazione che nel mondo c’è posto per tutti, in quanto non basta l’intera popolazione mondiale a riempire tutti i buchi della trama, a cominciare da qual paio di pantaloni con scarpe in coordinato che circolano per la casa. Rampa di lancio per registi di dubbio talento, il lungometraggio ha garantito al creatore un posto da protagonista nella versione spagnola di Dawson’s Creek, intitolata “El Torrente de l’Hombre con el Nombre che Significa Nada”, a patto che riesca a scimmiottare la sua cagna nella scena del funerale.
Sleep-o-Meter: 10 – Io Ballo da Sola (Antimateria Cerebrale)