…Gone!
In odore di Oscar. In profumo di consacrazione totale. In puzza di linciaggio per tutte le interpretazioni precedenti a “Les Miserables”, l’unica vicenda in cui i parigini riescono a parlare e cantare fluentemente la lingua inglese senza essere assaliti da un feroce rush cutaneo. Dopo aver ispirato con la sua testa il design di quella di Stewie Griffin, Amanda Seyfried torna sul set per farci venire la pelle d’oca dal terrore. Riuscirà la ragazza, sfruttando una trama avvincente come una ragade perianale, a sviare l’attenzione dal più brutto caso (il suo) di Basedow-Graves hollywoodiano dai tempi di Marty Feldman?
Portland, Stati Uniti, una città che stimola la depressione e che ha dato i natali a un sacco di celebrità che sono scappate. Jill Seyfried è una giovane paranoica che vive con la sorella minore Molly, ex alcolista e studentessa di college. Non potendo tollerare il contatto sociale, a parte quando decide di causare fratture multiple al suo allenatore di difesa personale, Jill lavora in una tavola calda notturna in cui, inspiegabilmente, sia assiepano gruppi di ragazzini e vecchi rasponi. Una sera, tornando a casa dopo il lavoro, la bionda con gli occhi a palla (da basket) non trova più la sorella e si materializzano gli incubi dal passato (per lei) e del presente (per gli spettatori). Anni addietro, infatti, la ragazza era stata rapita da un serial killer sfigato ed era riuscita a sfuggire alla morte giusto in tempo per finire tra le grinfie degli psichiatri, dato che la polizia non le aveva mai creduto, consigliando il ricovero coatto.
Occhio da rana Seyfried corre dagli sbirri per denunciare la scomparsa della sorella, ma tutta la centrale di polizia la cogliona alla grandissima, nemmeno avesse inventato il redditometro. Visto che non se la filano, la giovane Jill, con l’aiuto dell’inutile tipo di Molly, comincia la sua personalissima caccia all’uomo. In un quartiere popolato di disadattati, in cui vive con un assegno sociale per affetti da oftalmopatia, riesce a raccogliere indizi su una società di serrature gestita da un pastore maremmano trasformato in essere umano. Sul furgone della ditta, Jill trova uno scontrino di una ferramenta che riporta tutti gli articoli adatti a un sequestro: obiettivamente, questo serial killer deve fare di cognome Pollicino, sebbene gli exit poll diano in ampio vantaggio Coglionazzo. A colpi di revolver (completamente inutili), Jill minaccia i fabbri e corre in ferramenta. Scatta il mandato d’arresto e la domanda: c’è modo più cretino di coinvolgere una polizia malmostosa?
Dal barbuto proprietario della ferramenta, in barba a qualsiasi rispetto della privacy, Jill ottiene anche le analisi del sangue del killer, ma non il nome. Il proficuo scambio è interrotto dall’arrivo della forza pubblica e dalla solita irruzione senza successo. Jill è a un passo dal rapitore: individuato il quartiere, trovare l’appartamento è una bazzecola per una che fino a dieci minuti prima serviva polpettone e caffè. Il tugurio è più vuoto del cervello della protagonista, a parte una scatola di fiammiferi nota: il principe dei manigoldi è un cliente abituale della tavola calda dove lavora Jill. Dopo aver quasi ammazzato il custode dello stabile, la ragazza gli molla un migliaio di dollari per noleggiare la sua macchina e depistare i segugi della polizia, che si caratterizzano per la fissità di sguardo tipica degli ottusi. Manca l’ultimo anello alla catena: la bionda va dalla sua collega, che ha il numero di un cliente che ha cercato di rimorchiarla, e se lo fa dare insieme alla macchina (visto che il trucco ha funzionato, perché non rendere questo film di merda anche ripetitivo?).
Chiamato lo sconosciuto e accusato apertamente di aver rapito prima lei e poi la sorella, il batrace femmina in odore di Oscar ottiene un appuntamento a Forest Park, il luogo dove era stata segregata. Nel frattempo, a casa delle ragazze, dove è riunita la task force composta da tutto il dipartimento di polizia, usciere compreso, ritorna Molly, che confessa di essere stata drogata, rapita e nascosta sotto la casa. Il figuradimerdometro della polizia sale esponenzialmente, ma ciononostante non muovono un dito e se la ridono. Nel frattempo Jill, trova le prove di tutti i rapimenti precedenti, tenute appese in una tenda in mezzo al boschetto, spara al sequestratore, senza ucciderlo, e poi gli da fuoco con una tanica di cherosene. Il tutto senza la minima reazione da parte dell’omuncolo. Tornata a casa, la ranocchia sbeffeggia gli sbirri e festeggia la sorella ritrovata, raccontandole il supplizio inflitto al carnefice. Vogliamo davvero togliere le pistole a gente così Mr. Obama?
Rarissimo caso di “defecatio hysterica”, la pellicola rappresenta perfettamente un atto immaginario di espulsione d’idee malsane che, invece, sono rimaste all’interno dell’organismo sceneggiante e l’hanno irrimediabilmente alterato. Foriero di dubbi e perplessità come un documentario sull’uscita dell’urina dagli organi genitali, il prodotto non ha nulla di speciale, come una pisciata da seduti, escludendo il continuo interrogativo circa il suo possibile essere uno spin-off della serie X-Men basato sulle avventure della sorella di Toad. Perfetto nella scelta dei termini, il lungometraggio ha un titolo breve, ma assolutamente azzeccato in ogni interpretazione possibile: “gone”, “andata”, che va bene sia per il pubblico che l’ha sfangata, sia per la stabilità mentale della principale interprete.
Sleep-o-Meter: 06 – L’Assedio (Coma Profondo)
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