…Attack the Block – Invasione Aliena!
Ah, la tranquilla periferia londinese: scritte sui muri, gruppi di giovinastri strafatti che corrono qua e là, rapinando oneste vecchiette con una bottiglia di gin nella borsetta di coccodrillo, bande di spacciatori che sorbiscono il loro the delle cinque agli angoli delle strade. Mentre gli hooligans sono tutti al pub a vedere un quarto di finale di Coppa del Nonno, riuscirà un regista sommerso di premi indipendenti, con un cast sommerso di premi indipendenti e una produzione sommersa di premi indipendenti, a girare una versione alieno fobica de “I Goonies” capace di stimolare la vescica meglio di una pinta di birra ambrata?
Londra, Regno Unitissimo (talmente unito che ogni decennio perde un pezzo). Mentre la babbiona della Regina si ostina a non crepare per la gioia dei rampolli di casa Windsor, la giovane infermierina Sam viene rapinata sulla strada di casa da una gang di adolescenti composta da Moses, il capo, manco a dirlo un negro; Biggz, il flashato dagli stupefacenti; Dennis, il chiacchierone scurrile; Jerome, l’intellettuale, ovvero l’unico che sa le tabelline fino a quella del nove; e Pest, il nerd nobilitato che vive con la nonna. Durante la rapa, un oggetto fiammeggiante cade dal cielo e i cinque lo inseguono scoprendo che si tratta di un alieno. Qualsiasi essere baciato dal bosone di Higgs ordinerebbe la ritirata strategica al cesso, ma Moses decide di ammazzare la bestia a calci e portarsela come trofeo a casa di Ron, spacciatore di fiducia del gruppo, per chiedergli consulenza su come vendere il feticcio ai tabloid, spacciandolo per il figlio di Balotelli.
Ron non si pronuncia e Moses, indeciso sul da farsi, chiede di poter conservare la carcassa nella blindatissima “Stanza della Maria” dove il boss, Hi-Hatz, coltiva erba da prato indiana e compone musica rap. Il capoccia prende in simpatia il marmoreo ragazzino, gli conserva l’orrendo animale e lo manda per la strada a vendere coca: strano modo di trasmettere affetto. Durante il giro del cilum, i ragazzi vedono piovere altri asteroidi e decidono di attuare uno sterminio di massa programmato di cui Himmler sarebbe stato fierissimo. Stavolta, però, nonostante l’armamento, le bestie sono nere, più grosse e cattivissime e la ronda padana deve battere in ritirata. Sulla strada del manipolo si pongono gli sbirri, accompagnati da Sam, giusto in tempo per essere masticati dagli alieni. L’infermiera del turno di notte e i ragazzi fuggono con la camionetta poliziesca e fanno un frontale con la Mercedes di Hi-Hatz, che a sua volta rischia di venire raschiato dall’intestino crasso di un bestione. Scatta la fuga numero due in ordine sparso.
Biggz rimane chiuso in un cassonetto della monnezza e Pest per poco non regala la sua tibia ai visitatori come stuzzicadenti: saranno le trappole di Willy l’Orbo, ah, no, quello è il film da cui hanno scopiazzato l’intreccio. Tutti si rifugiano in casa di Sam, che medica Biggz mentre Moses va avanti a uccidere come nulla fosse. Dopo poco arriva un altro bestione che si pappa Dennis, personaggio inutile e confusionario, e costringe tutti all’ennesima fuga. Nel frattempo, Hi-Hatz gira con un cannone e fredda tutto quello che si muove, scagnozzi compresi. Il blocco è sotto assedio e non bastano i cancelli in ferro della casa della tipa di Moses: gli alieni sembrano perseguitare il capetto della gang che viene cacciato come un lebbroso a una convention di maniaci dell’igiene. Al gruppo si aggiunge Brewis, fattone, e grazie ai fumogeni di Pest, viene creato un diversivo per fuggire (non male per degli sterminatori, scappano come blatte alla luce!), ma Jerome, intento a recitare la tabellina del sette, si perde e diventa il sorbetto prima della portata di pesce.
Si pensa di andare da Ron, che cercava di restarsene fuori da tutto, ma anche Hi-Hatz, sotto sotto sotto sotto, ha un cervello e tende un agguato con un tempismo perfetto per essere la portata di carne del banchetto alieno. Trincerati tutti nella “Stanza della Maria”, Brewis scopre che Moses è cosparso di melma fluorescente e ipotizza si tratti del feromone della femmina uccisa, che attira tutti i maschi infoiati e arrabbiati per la scopata sfumata. Piano stile Banda Fratelli (devo smetterla, lo so): Sam, unica non cosparsa di melma erotizzante, accende il gas del forno di casa; Moses, con il cadaverino alieno a mo’ di zainetto attira i maschi, poi lancia lo Scrondo femmina sul tavolo della cucina, attizza un petardo e fa saltare la palazzina, tuffandosi dalla finestra e sopravvivendo appeso a una bandiera britannica. Super Sloth! E Biggz? Biggz è stato liberato da due bambini di sette anni, Probs e Mayhem, che hanno arrostito l’alieno con un Liquidator caricato a benzina e delle miccette. Sta bene, puzza, ma non è stato pagato nessun riscatto per la sua liberazione.
Ricco di spunti per comprendere appieno l’evoluzione della specie umana, il prodotto dimostra l’utilità sociale di categorie apparentemente inutili, come i produttori di petardi, i suicidi con il gas del forno e gli scagnozzi, che, se combinate in modo assolutamente casuale, possono proteggere le periferie del pianeta da un gruppo di alieni in fregola riproduttiva. Devastante per la moderna psicologia, il film presenta personaggi con uno spessore umano pari a quello dei sagomati di cartone distribuiti, a scopo pubblicitario, nelle sale cinematografiche. Tacciata di razzismo minimalista subliminale dai soliti perbenisti che, in quanto soliti, non vengono mai citati per nome, tanto da creare seri dubbi sulla loro esistenza, la pellicola è un’abile accozzaglia di stereotipi in cui, a confronto degli alieni, più neri, perseguitati e segregati della popolazione afroamericana dell’Alabama negli anni ’60, il protagonista sembra il generale Nathan Bedford Forrest, fondatore del Ku Klux Klan.
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