…Nymph()maniac Vol.I!
Finalmente qualcuno ci ha messo una pezza. Finalmente un genio si è accorto dell’ovvio e l’ha sottomesso al suo ineguagliabile ego. La fregola erotica pandemica, metabolizzata dalle casalinghe di tutto il mondo divorando per anni la collana Harmony, si tinge di intelligenza e di sofisticatezza e sbarca nell’Olimpo della cinematografia. Riuscirà un grande regista affetto da una serie interminabile di turbe psichiche e di fobie a nobilitare il cazzo, la figa e il loro incontro grazie a un’abile e sapiente utilizzo di abiti, arredamenti, tinte e personaggi teletrasportati da un appartamento di Berlino est nel 1953?
Inghilterra, luogo deputato alla tristezza per l’85% della popolazione mondiale. Il povero Seligman Skarsgard è un appassionato di libri che vive in un tugurio. Pur non nuotando nel lusso, l’uomo se la cava egregiamente, ma non resiste dal soccorrere una donna tumefatta in un vicolo. Il poveraccio, vedendo la signora priva di sensi, non pensa di certo alla sua logorrea e se la porta in casa. Dopo averla fatta riprendere con un the caldo, Seligman chiede spiegazioni alla tizia (pazzo!!!) che si chiama Joe Martin Gainsbourg e si dichiara ninfomane. Il pippone parte con le avventure d’infanzia e adolescenza tra un padre medico, Slater, con la passione per la botanica e una figlia adolescente con la passione per l’ornitologia. La perdita della verginità, dopo alcuni giochetti maliziosi con l’amica B., avviene con Jerome Leboeuf che le dà tre colpi nella passerina e altri cinque nel sederino prima di andare via su un Califfone a presa diretta.
Mentre il vecchio raspone parte con un contropippone sulla corrispondenza tra clitoride e sequenza di Fibonacci, Joe (che nella versione giovane è la fighissima Stacy Martin) attacca con le gare di scopate a vanvera sui treni per vincere un sacchetto di cioccolatini e la costituzione del Club delle Ninfomani dal motto “Mea Vulva, Mea Vulva, Mea Massima Vulva”. Cresciuta a colpi di pennello, la ragazza sente l’irrefrenabile desiderio di trovarsi un lavoro e si candida per un posto di segretaria in una tipografia: il meretricio proprio no con sto popò di talento? Guarda caso il sostituto capo della baracca è Jerome che, due minuti dopo averla assunta, prova a darle una ripassata in ascensore. Per la prima volta nella sua vita la donna rifiuta, ma da quel momento scopre di desiderarlo come e più del suo dildo.
Proprio quando trova il coraggio di dichiarargli tutto il suo amore vaginale, clitorideo e pure un po’ anale, Joe scopre che Jerome è scappato con l’altra segretaria (non entriamo nel merito dei criteri assuntivi dell’azienda). Disperata per il primo insuccesso dalla sconfitta patita contro B. sul regionale per Liverpool per dodici circoncisi a quindici prepuzi, Joe comincia a trombarsi dieci uomini al giorno finché uno di questi non decide di lasciare la moglie per lei. Entra così in gioco la suddetta moglie, Uma Sturbam, seconda nevrotica del film, che fa la sua scena marchetta da sclerata, prende il gettone per i festival e si leva dalle palle per mai più tornare (per chi si fosse sognato una pippa con Uma Thurman deve tornare a lavorare di mano sulla pubblicità della Schweppes). Nel frattempo il papà di Joe muore di delirium tremens: con una figlia così è un miracolo che non sia morto cercando di farsi inchiappettare da un toro.
Incredibilmente, nonostante un racconto di una monotonia devastante, Seligman continua a trovare paragoni filosofici e culturali con la bernarda di Joe. Stavolta è il turno della musica polifonica di Bach: gli amanti di Joe sono i tre momenti della musica polifonica. F. è quello che le lecca la passerina e pensa solo al suo orgasmo; G. è l’animale che la prende e se la gira come vuole; e poi c’è Jerome, incontrato casualmente in un parco dopo il fresco divorzio dalla precedente segretaria: i tre si completano e polifonizzano. Joe e Jerome tornano a letto insieme, solo che stavolta, Fibonacci e Bach a parte, sono chilometri di nerchia in ogni orifizio senza troppo star lì a ricamare, con il vecchio Seligman che se lo fa venire barzotto. Dicono che sia amore e ci fidiamo per paura che vogliano scopare anche noi del pubblico in un impeto di erotismo totale. Qui si chiude il primo volume, per consentire a chi ha avuto una conversione alla castità di andare a prendere posto a casa di Claudia Kohl.
Capolavoro insuperabile di botanica da sala cinematografica, il film è l’espressione di un compiuto processo vegetale che, dall’unione di chiappe, seni, peni e vagine con il terriccio troppo azotato della mente fecale dello spettatore impegnato, lascia crescere un nuovo fiore: il narciso paraculo. Utile alle masse come la Pet Rock, la pietra domestica, la pellicola presenta lo stesso peso specifico del granito e trascina a fondo anche lo spettatore più sgamato che si trova inconsapevole a trastullarsi con il suo organo genitale nella vana speranza di rimanere sveglio. Surreale ai limiti del fantascientifico, il lungometraggio lascia dubbi colossali circa la sua veridicità a meno di occultare volutamente l’esistenza una biotecnologia per il tracollo fisico che spieghi la degenerazione della donna da Stacy Martin a Charlotte Gainsbourg.
Sleep-o-Meter: 10 – Io Ballo da Sola (Antimateria Cerebrale)
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