giovedì 22 maggio 2014

142 - Johnny Little Niggers ha visionato per voi...

…Vijay And I!
La commedia agrodolce rientra in pianta stabile nei nostri cessi per non uscirne mai più, come i miliardi di batteri che si annidano intorno ai fori dello sciacquone. Gli Arquette tornano nell’agone, si giocano la carta Patricia, un asso di briscola, e si ripropongono in grande stile per contendere lo scettro di chi recita peggio ai Baldwin. Riuscirà un soggetto che è un insulto palese a “Fu Mattia Pascal” di Pirandello a essere fatto passare come commedia sofisticata, dai toni amari e dalla ineccepibile morale amorosa in grado di far sorridere oltre che riflettere? E, soprattutto, questa sarà una domanda più retorica del solito?
New York. Will è un attore di Broadway che, dopo un’interpretazione ai limiti della sufficienza in un’opera di Shakespeare che sembrava studiata da Carlo Vanzina, vive una seconda vita professionale nei panni del Coniglio Sfigatone. Le ciliegine sulla torta sono una figlia, Lily, assolutamente antipatica e una moglie analista freudiana, Julia Arquette, cui riesce a buttarlo solo una volta all’anno e pure male. Il giorno del suo quarantesimo compleanno tutti si dimenticano di lui tranne un ladro di automobili, che lo lascia a piedi sotto la pioggia, e la figlia che vuole dei soldi. Sconsolato, con ancora addosso l’abito del Coniglio Sfigatone, Will si reca al ristorante indiano dell’amico Rad per sfuggire all’affettuosissima famiglia e decide di passare lì la notte in cerca della pace emotiva (il pubblico, nel frattempo, l’ha già raggiunta abbondantemente).
La mattina seguente, appena sveglio, Will apprende dal telegiornale della sua presunta morte in un incidente d’auto: il ladro deve aver visto il suo lavoro teatrale e non ha retto il colpo propendendo per un attacco kamikaze contro il primo teatro di strada. Nonostante Rad cerchi di dissuaderlo dal fare follie, Will decide di stare al gioco per partecipare al proprio funerale e bearsi dei commenti del pubblico. Per farlo si trucca come un sikh con barba e turbante e si presenta come Vijay, banchiere indiano amico del defunto. Nonostante sia evidente che si tratta di Will con un posticcio, l’intero gruppo non si accorge minimamente della fuffa tandoori e comincia a insultare la memoria del morto come fosse la cosa più normale da fare. Vijay, stizzito dall’ipocrisia, trasecola, sclera e viene cacciato come l’ultimo dei barboni (quale effettivamente è con quel gatto bigio appiccicato sotto il mento).
Il giorno dopo, dispiaciuto per aver litigato con la moglie, si presenta alla porta della sua vecchia casa con un mazzo di peperoni e una boccetta di curry, ma la donna si tiene sulle sue: d'altronde non sono ancora passate le quarantotto ore di lutto prima di cominciare a distribuire transfert ai pazienti e portarseli sotto le coperte. Figurarsi farlo con un estraneo. Tuttavia questo passo falso non passa inosservato alla figlia che, temporaneamente rinsavita, chiede soldi al padre per mantenere il silenzio. Sistemati gli affari di famiglia, Will potrebbe rifarsi una vita in tranquillità, ma sceglie di ricominciare a corteggiare la moglie e scoprire che sotto l’irreprensibile aspetto della psicologa si nasconde un puttanone di proporzioni bibliche. A condire il tutto una serie di incontri con ex amici che non fanno altro che parlare male di lui (tra cui i suoceri che lo schifano e l’agente che cerca anche di inzaccherarsi la signora).
La nuova vita amorosa, scandita dalle leggi del tantra, viene interrotta quando, dopo una catena di amplessi da tre ore ciascuno, indossando i calzini, Vijay si fa sgamare da Julia. Dopo una crisi di personalità, la donna si precipita da Rad per incontrare Will, ma trova solo Vijay, perché Will è davvero morto. Non si sa come, non si sa perché, Julia accetta questa farsa, non firma le carte per il ricovero in psichiatria e decide di continuare a prendere il pollo tikka masala con tutte le salse e le guarnizioni possibili. Incerto il destino della piccola Lily che, spiazzata dal precipitare degli eventi, perde il vitalizio ricattatorio e s’incammina verso un futuro fatto di mastoplastica e matrimoni plurimi con miliardari ottuagenari. Ora capisco: era un film biografico sulla gioventù di Francesca Pascale.
Devastante per le sue implicazioni sulla conservazione delle sinapsi, il film è una bomba nucleare dritta sul sistema nervoso dello spettatore grazie alla sua completa mancanza d’intelligenza. Raffinato e dal sapore tenue, il lungometraggio è paragonabile a una bottiglia di champagne d’annata in cui hanno pisciato dopo aver mangiato asparagi prima di chiudere con il sughero. Estremo grido di dolore del mondo teatrale, la pellicola è l’ammissione di un problema di sottoccupazione nel settore e delle nuove vie per ricollocarsi che non prevedano la prostituzione. Una menzione per Julia Arquette, vera mattatrice della pellicola, che riesce, con una maestria incredibile, a sembrare un’attrice che interpreta faticosamente l’incapace che in realtà è, ma soprattutto a ribadire il primeggiare della vagina sul talento.


Sleep-o-Meter: 08 – L’Ultimo Imperatore (Esperienza Premorte)

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Art.2 La durata di un film dovrebbe essere direttamente commisurata alla capacità di resistenza della vescica umana. (Alfred Hitchcock)

Art.3 E' sempre meglio passare ai posteriori che ai posteri. (Tinto Brass)

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Art.6 Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l'imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile. (Woody Allen)

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