…Pompeii!
La storia del sito archeologico più famoso del mondo dopo essere passato sotto la tutela del Ministero dei Beni Culturali diventa un colossal catastrofico dalle tinte forti. Una storia d’amore alle pendici di un vulcano tra un gladiatore celta allevatore di cavalli e la figlia di un ricco funzionario imperiale. Un senatore corrotto e violento che vuole solo morti violente e gnocca. Un insieme di ingredienti che disgusterebbe anche un camion della mondezza. Riuscirà il regista Anderson a rifilarci l’ennesimo pastone sangue e arena in cui ci pensa la natura a fare piazza pulita di tutte le idiozie partorite dagli sceneggiatori?
Britannia, dove i celti si oppongono all’Impero Romano. Il comandante Corvo viene incaricato di sedare la rivolta dei celti, tra cui alberga un giovane Jon Snow sotto le spoglie di tale Milo il Celta. Corvo li spazza via tutti tranne il bimbo, poiché già stramazzato prima della mattanza. Dopo anni e anni, Milo fa il gladiatore a Londinium e stermina persone come fossero le erbette del suo prato. Il suo padrone, Greco, ha deciso che è giunto il momento di portare il circo a Pompei, cittadina mediterranea in decadenza con un nome promettente per tutti gli uomini maggiorenni e adolescenti. Milo arriva contemporaneamente alla giovane Cassia, anche qui un nome una garanzia, cui, senza colpo ferire, uccide un cavallo sofferente. Dall’ultimo rantolo del cavallo al primo sguardo languido passa giusto il tempo di un popcorn.
Severo, il padre di Cassia, che se fosse stato davvero severo non avrebbe mandato la figlia a Roma da sola, progetta di ristrutturare la città con l’aiuto della capitale e del decreto “Salva Pompei”, tanto a raderla al suolo ci pensa il vulcano senza bisogno d’indire una gara d’appalto. Le scosse sono all’ordine del giorno, ma i pompeiani pensano solo a bere come spugne (il pubblico segue a ruota trovando nell’ubriachezza l’unico stimolo a rimanere davanti allo schermo). Mentre Cassia vive di travagli continui a causa dei genitori che la vogliono maritata con un ricco romano, il buon Milo uccide con una naturalezza rara e si inimica tutti i gladiatori, compreso il possente Attico, maschio alfa dalla verga esagerata (ne sanno qualcosa le nobildonne del luogo), e l’infido Bellatore, carceriere dei combattenti.
Greco riesce a vendere lo show a Severo proponendo nel main event lo scontro tra Attico, che in caso di vittoria diventerebbe un uomo libero, e Milo, che in caso di vittoria resterebbe lo stronzo che é. Ad aggiungere pepe al tutto, alla presentazione dei combattenti Milo ruba un cavallo con sopra Cassia e scappa nella foresta suscitando le ire del senatore Corvo, incaricato dall’Imperatore Tito, il solito fantoccio, di valutare il progetto di Pompei 2, un piccolo paradiso nel verde a cinque minuti da una colata di lava bollente. Tornato indietro, Milo si prende quindici nerbate e una condanna a morte in arena insieme a Attico reo di averlo più lungo dell’intero cast messo in fila indiana. Corvo vuole Cassia per la sua abilità oratoria, ma Severo nicchia punzecchiato dalla moglie Aurelia.
Il giorno dei giochi Milo e Attico si alleano e sgominano tutti gli altri gladiatori, poi, non contenti di aver combinato un casino, prendono un vessillo imperiale e ci si nettano le terga. Corvo s’infervora e manda la sua guardia personale a infilzare i due, ma scatta l’eruzione del Vesuvio, ormai stanco di queste storie idiote alle sue pendici. Scatta il panico e via tutti al porto correndo come i giapponesi quando i mostri invadono le loro città. Corvo uccide Severo, Corvo uccide pompeiani a caso, Attico uccide Proculo (un uomo a favore della contraccezione naturale… Questa è sottilmente volgare), Milo uccide Corvo e quando sembra tutto a posto e ci si aspetta solo la pioggia di cenere bollente scopriamo l’arcano: il vulcano erutta in orizzontale e tutti i protagonisti, compresi Milo e Cassia che muoiono limonando duro, vengono travolti da un treno della metropolitana rossa fatto di lava. Tra tettonica e Pompei, più che un catastrofico sembra un softcore.
Esempio ineccepibile di negligenza spaziale unilaterale cinematografica, il lungometraggio è solido a tal punto che decide di basare le sue fortune su una catastrofe che non arriva nonostante le ripetute invocazioni degli spettatori. Devastante come il treno in fiamme che chiude la proiezione, la pellicola è il classico esempio di come in alcuni casi nemmeno la computer grafica possa salvare l’umanità da uno sceneggiatore. Cacofonia asimmetrica perdurante a uso degli ipnotisti, il prodotto è l’esempio di come attraverso il rumore senza costrutto si possano condizionare le persone a fare cose che mai farebbero in piena coscienza, tipo rimanere sedute in sala a vedere un film su Pompei che non parla di Pompei. Una menzione per il buon Kiefer Sutherland che non si smentisce mai e continua con coerenza sulla sua personale walk of shame lastricata di interpretazioni oscene.
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