…Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug!
Lo abbiamo aspettato come calcoli alla cistifellea. Non si percepiva una tale eccitazione dai tempi dell’uscita di “A Me Mi Torna In Mente Una Canzone” di Gigi Sabani. Il gioca jouer fantasy più costoso di tutti i tempi torna con nuove incredibili mosse mai viste come: camminare, saltare, camminare, arrampicare, camminare ancora, curare, navigare e lottare. Tattataratatattataratatà. Riuscirà l’ufficio del turismo neozelandese a sfangarla ancora una volta e a propinarci altre due ore e mezza di pubblicità occulta sulle bellezze nazionali mascherata da film fantastico?
Terra di Mezzo ai miei coglioni. Nonostante dopo le tre ore del primo capitolo avessimo già capito che Gandalf aveva spronato Thorin, il regista, che non sapeva come occupare le dodici ore a disposizione, ci infila un bel prologo alla locanda, che fa molto Dungeons & Dragons. Tre, due, uno: partiti! Si parte a passo lento, ma l’arrivo di Azog il Profanatore costringe subito alla corsetta leggera e poi allo scatto. Sulla scia dei nani e dello hobbit, guidati da Gandalf, ci si mette anche il muta pelle Beorn: uno zotico che quando è preda delle emorroidi si trasforma in orso. Tra le due minacce, il beota Beorn è la migliore e il gruppo s’intrufola in casa sua. Questi pur non amando i nani, li preferisce agli orchi, per cui li aiuta a infilarsi nel Bosco Atro, dove vengono abbandonati dal senzatetto grigio che deve indagare sul negromante di Dol Guldur. Lo stesso fa Azog che molla la patata bollente al figlio Bolg. Sopravvissuti al delirio nomastico, il bosco è infestato dai ragni giganti e non fosse per lo spadino frivolo di Bilbo, battezzato Pungolo, i nani sarebbero passati alla storia come un gruppo d’involtini.
Dalla casseruola alla brace: gli elfi silvani, guidati da Grumpy Legolas e dalla bella Tauriel, clone a basso costo di Arwen, catturano il party e dopo un altro po’ di cammino (non si lesina mai un po’ di trekking per allungare il brodo) lo conducono al cospetto di Re Thranduil, un elfo con i capelli di Donatella Versace e la spocchia di Marco Travaglio. Bilbo, scaltro come una faina, ha indossato l’anello magico, quello che causerà tutti i casini a suo nipote, e grazie all’invisibilità riesce a far evadere i compagni nascondendoli in alcuni barili e cacciandoli in un canale di scolo. Il tutto non prima che sbocci l’ammore tra il nano Kili e la bella elfa. Grumpy Legolas decide di sfruttare la fuga per aprire una nuova attrazione a Gardaland e parte di corsa. I nani, dopo che Kili apre la chiusa e si becca una freccia avvelenata da un orco, si lanciano tra i flutti della giostra e capriolando con i barili, come fossero del Cirque du Soleil, ammazzano un po’ di orchi (il nano da sempre è noto per la sua leggiadria).
Nulla a che vedere con gli elfi silvani che, integralisti dell’arco, non usano il pugnale nemmeno a sei centimetri di distanza incoccando frecce su frecce dalle loro faretre unlimited ammo (hanno installato la patch prima di montare il film). Dopo questo fantastico intermezzo, il gruppo arriva a Pontelagolungo dove, grazie al contrabbandiere Bard, una versione umana di Legolas, ma un po’ più zozzo, riescono a entrare in città. Qui Thorin riesce a blandire la gente (si sa, nani e ballerine fanno sempre colpo) e a farsi finanziare la spedizione alla montagna, contrapponendosi a Bard, erede del signore cittadino che non riuscì a uccidere il drago Smaug con le frecce nere. Nel frattempo Gandalf scopre che dietro tutti gli orchi c’è il mitico Sauron: come farselo mancare (spiace di non rivedere anche Brunga, il nemico di Chobin). Thorin lascia indietro un po’ di nani inutili, tra cui Kili, e si reca alla volta della montagna solitaria.
Dopo una manfrina stucchevole per trovare la serratura della porta segreta, il coraggiosissimo Thorin manda Bilbo a recuperare l’Arkengemma (il gioiello capace di riunire i sette reami dei nani e anche i frammenti del mio scroto) dal drago Smaug. Tutti pensano che la sua arma più potente sia il fuoco, ma in realtà è la logorrea, dato che blatera come un politico e non conclude nulla. Riattivando la fornace, sovvertendo la fisica con l’oro fuso, i nani e lo hobbit sconfiggono il drago, che s’invola verso la città per vendicarsi sugli umani, e recuperano la gemma. Nel frattempo a Pontelagolungo, gli orchi cercano di uccidere i nani rimasti, ma sono intercettati da Tauriel e Grumpy Legolas. La prima, visto Kili in condizioni pietose, usa la magia elfica, ispirata dal suo enorme schwantzstuck, e lo guarisce. Il secondo si lancia all’inseguimento di Bolg. Il povero Bard viene catturato dalle milizie governative, ma riesce a consegnare l’ultima freccia nera antidrago al suo figlio più idiota, personaggio del film deputato alle considerazioni ovvie, che la baratterà certamente con uno yo-yo prima del tramonto.
Esempio imbattibile di nerdgasmo hollywoodiano, il film raccoglie tutto il meglio del genere fantasy e non lo utilizza per valorizzare al meglio un gruppo di attori che procede per metà della pellicola tra grugniti e lingue inventate di sana pianta. Apprezzatissima dal CONI, la pellicola sponsorizza una serie di nuove discipline olimpiche in cui gli italiani possono agevolmente ottenere ottimi piazzamenti: il tiro con l’arco da due centimetri, il salto del barile, l’evasione dal carcere e lo spreco di denaro della collettività. Cavallo di battaglia per la riforma sociale, il lungometraggio lancia il guanto di sfida al mondo intero con quella che sarà la relazione più controversa dai tempi di “Indovina Chi Viene a Cena”: la fuitina tra il nano Kili e l’elfa Tauriel (nomina sunt omina). Una menzione per il drago Smaug che, sogno di ogni moglie, appena sveglio parla per ore e riesce a sostenere conversazioni su tematiche che vanno oltre la dicotomia “mangio-cago” e il terzo trasversale “esco”.
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