…Nudi e Felici!
La striscia cinematografica perdente di Paul Rudd continua. La striscia di orribili interpretazioni identiche da giovane arrivista frustrato che fugge dal mondo di Paul Rudd continua. Paul Rudd continua. Come non bastasse, asso di briscola, a una catastrofe annunciata si è aggiunta la principessa di tutte le commedie cretine del mondo mentre la regina, Jennifer Lopez, è in tour musicale: Jennifer Aniston. Come non bastasse, asso che strozza il tre, lei è il perno della sceneggiatura. C’è bisogno, date le premesse appena esposte, che un attempato recensore italiano vi confermi che questo film è indegno anche per pulirsi il culo?
New York, Stati Uniti. George Rudd e Linda Aniston sono una coppia di yuppie con la fregola insensata di vivere a New York, nonostante lo stipendio da fame di lui e la disoccupazione artistica di lei. Dopo una continua pressione da parte di Linda, sebbene sia difficile capire con quali strumenti di seduzione, data la faccia da opossum, George cede e acquista un miniloft, di quarantasei metri quadri scarsi, da una ninfomane stagionata con la passione per i giochi di mano del marito cieco. Sembra incredibile, ma purtroppo lo sceneggiatore regista ha scritto questo capolavoro di finezza. Il lunedì successivo all’acquisto del raffinato immobile per nani e menomati fisici, George viene licenziato e Linda viene rimbalzata dall’emittente HBO durante la presentazione di un suo deprimente documentario sullo sterminio dei pinguini: peccato, in Italia avevano già mobilitato Fiorello, Celentano e Francesco Totti per fare le voci fuori campo al commento.
Con le pezze al culo e le pive nel sacco, i due devono mollare la casa alla banca e trasferirsi ad Atlanta dal fratello di George: un genio del cinismo che vende cessi chimici ai cantieri, con la moglie alcolista e il figlio decerebrato dalla PSVita. Sulla strada per Atlanta, i coniugi s’imbattono in una comunità fricchettona in cui ognuno fa il cavolo che vuole, nudismo compreso, e circola blaterando tutte le stronzate che gli vengono in mente: una versione austera di un’assemblea legislativa italiana, non fosse per i nudisti che ogni tanto passano a birillo sventolante. Tra questi emerge l’enigmatico Seth, leader della comunità, nonché capo spirituale, vegano, amante dello yoga e di tutte le altre minchiate che dovrebbero avvicinare l’uomo a sé stesso (quando arriva la vicinanza, di solito, l’età è quella giusta per crepare). Vivere in comunità è un idillio, ma si deve ripartire alla volta di Atlanta.
Dopo due giorni di convivenza forzata con i cocktail che si butta giù la cognata, George decide di andare a vivere in comunità: cosa c’è di meglio che svegliarsi con il pingone di un altro in faccia? Dopo qualche giorno di quiete, le parti s’invertono. Linda comincia a liberarsi degli orpelli del modernismo, compresa l’igiene, mentre George, a parte il sogno ricorrente di fornicare con Eva, la squinzia svampita del gruppo, sembra vivere male la condivisione. Credendo di farsi un favore, l’uomo chiede alla moglie di aderire all’amore libero e lei accetta, trombandosi Seth alla prima occasione. Nel frattempo, la comunità è minacciata da alcuni affaristi che vogliono costruire un casinò sul suo terreno. Se non si trova l’atto di proprietà sono cavoli, anzi, i cavoli non ci saranno più. George rompe con Linda e va via. Seth, che crede di avere campo libero, nonostante Linda abbia evidentemente la faccia da grosso roditore, si vende l’atto di proprietà ritrovato per fuggire a Miami con il suo nuovo amore.
E’ tempo per la rivolta dei peones. Mentre la cognata sbronza chiede il divorzio, George frega l’auto al fratello e corre da Linda, dove massacra di botte Seth e lo costringe a confessare l’astuto piano di fare le valigie per la Florida. Si scatena la disapprovazione dei fricchettoni, anche i relitti sociali hanno un’anima, ma incombe la costruzione della casa da gioco. Fortunatamente, il re dei nudisti, uno che pigia il vino con il sospensorio e scrive romanzi scadenti ha contattato, per una rimpatriata, i vecchi fondatori in possesso dell’atto di proprietà (in milioni di copie a quanto pare). Tutto è bene quello che finisce bene: Linda e George fondano una casa editrice che pubblica libri di merda, ma vende nel mercato di nicchia degli straccioni agricoli. Gli altri continuano a vivere nella comunità con il preciso scopo di seppellirsi in campagna ad ammazzarsi di stupefacenti senza incidere sullo sviluppo del genere umano.
Piacevole come pinzarsi i genitali con una cucitrice a punti metallici, il lungometraggio ha gli stessi effetti collaterali di un’operazione a cuore aperto durante una tempesta di sabbia. Denso di significato, il film ricorda, per intensità, un monologo creato da uno scarabeo stercorario mettendo a caso le parole contenute in tutta la letteratura kantiana tradotta in turco. Pericolosissima a causa degli insidiosi messaggi che invia alla corteccia frontale, la pellicola è stata immediatamente ritirata dalle sale quando il comitato pro Barack Obama ha potuto certificare che il 100% degli spettatori, dopo la visione, ha maturato una forte passione per le idee di Romney. Un memento per Paul Rudd: se non esistesse, la definizione di ripetitività non avrebbe mai raggiunto tali vette di perfezione.
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