…Battleship!
I luridi yankee cercano di rubare al vecchio continente un altro primato: quello per il miglior utilizzo della battaglia navale in un prodotto cinematografico. Lo stivale, dalle Alpi alla Calabria, oltre a essere tutta terra da arare, si schiera compatto con il Ragionier Fonelli e il suo utilizzo dei registri aziendali della Ital Petrol Ceme Termo Tessil Farmo Metal Chimica come griglia di battaglia per affondare gli incrociatori del collega Colsi. Riuscirà un’americanissima porcata a rendere plausibile il ruolo di una cantante, multi-frollata dall’ex fidanzato nella vita reale, mentre interpreta un cazzutissimo sergente che sopravvive a un’invasione aliena?
Hawaii, Nazione del mondo presa di mira da tutti gli alieni dell’universo, mentre i mostri le preferiscono Tokio. Un laboratorio spaziale di pazzi, assunti dopo la chiusura della Fortezza della Scienza del Dott. Kabuto, lancia un segnale nell’universo allo scopo di stabilire se c’è vita su un pianeta simile alla Terra: il Pianeta G (ma non era il punto?). Nel frattempo, nell’entroterra hawaiano, i fratelli Stone e Alex Hopper risolvono i loro problemi: il primo vuole che il secondo giochi con lui ai marinai, ma l’altro preferisce rapinare supermercati per far colpo su belle fighe. La ruota del destino ci mette lo zampino e la bella strapagnona di turno è Samantha, la figlia del Vice Ammiraglio Shane Neeson, capo di Stone. Alla fine Alex si arruola e raggiunge il traguardo di peggior ufficiale dell’intero corpo. Titolo insidiato, nell’ambito delle imminenti manovre, dal Capitano Na(ca)gata, un giapponese irritante come un’ortica nelle mutande.
Guarda caso, durante le suddette manovre, gli alieni, sfruculiati dai pazzoidi del laboratorio, decidono di invadere il pianeta. Per stabilire una testa di ponte e sfruttare il laboratorio per comunicare con il pianeta G, gli invasori installano un campo di forza sull’Oceano Pacifico, tagliando fuori dall’intera flotta tre cacciatorpediniere di ultima generazione, con impianto gpl, doppio airbag, portasci e attacco universale per seggiolini da bambino: quella comandata da Stone, quella su cui presta servizio Alex e una chiatta di comparse giapponesi. Il minore dei fratelli Hopper, sotto la spinta del suo unico neurone, decide di andare a controllare da vicino la nave aliena insieme al sergente Rihanna, scatenando una rappresaglia missilistica che affonda due navi, quella del fratello e quella giapponese, e stermina il quadro ufficiali della propria. La medaglia è dietro l’angolo, da parte degli alieni.
Nel frattempo, Samantha, fisioterapista militare per marines che hanno perso le gambe, porta un paziente a fare un trekking sul monte più alto, giusto per distruggerlo psicologicamente, e si imbatte nel centro di comunicazione aliena. Deve essere distrutto: ogni americano, anche a pezzi, deve difendere il suo paese e quindi i due senza armi, senza munizioni, senza arti, intraprendono la missione. La nave di Alex carica i superstiti, tra cui il mitico Na(ca)gata che insegna alla marina statunitense come abbattere le navi aliene con le boe da tsunami: un antico gioco buddista utile per trovare la pace interiore e un senso alle stronzate guerresche scritte dai monaci del milleduecento. Il muso giallo fa centro un paio di volte, poi gli extraterrestri capiscono le regole e affondano anche l’ultimo cacciatorpediniere. Alex, illeso, torna a Pearl Harbor per prendere in prestito la Missouri, corazzata museo a carbonella con equipaggio di ottantenni cateterizzati, e dare l’assalto al centro comunicazioni alieno.
Grazie al sergente Rihanna, che attizza tutti i babbioni, la nave viene rimessa in moto e preparata per affrontare la supernave aliena campo di forza superturbominchiapower. Alex manovra la Missouri come fosse una Ducati Monster (derapate, sgommate, penne davanti agli alieni e loro muti) e affonda l’ultima navicella prima di scontrarsi con l’ammiraglia nemica. Sfruttando l’alba e la nota idiosincrasia degli alieni per il concetto di angolo giro applicato alle torrette lanciamissili, la Missouri stende la bestia ipertecnologica, come fosse Bambi, il cerbiatto minchione, e bombarda il centro comunicazione terrestre, sabotato da Samantha e dal mezz’uomo; dimenticavo: è il solito negro, ma la differenza è che qui parte già menomato e sopravvive. L’ultimo proiettile, però, è sotto l’unica torretta distrutta e deve essere portato a mano, facendo sbattere l’ogiva contro tutte le paratie e rischiando l’affondamento nella scena più idiota mai vista. Rihanna spara e fa centro, provocando l’ultima erezione nel cannoniere centoduenne che la assiste. Planet Earth wins, E.T. sucks! Fa niente se loro viaggiano nello spazio e noi ci incagliamo all’Isola del Giglio.
Clamorosa espressione dell’utilità della biologia sociale, la pellicola induce nello spettatore un’insana fede nel testosterone, capace, dopo la visione, di battere in velocità i neurotrasmettitori e di far entrare il pubblico nel cinema pornografico vicino a quello dove proiettano capolavori di questo tipo. Giudicato inattendibile dalle forze armate americane, il prodotto paga, dal primo quarto d’ora, l’estrema originalità di una sceneggiatura militaresca che non contempla in nessun modo la presenza di scienziati illuminati di origine ebraica, di generali incapaci e di ordigni termonucleari da lanciare a caso contro popolazioni inermi. Già in preparazione un seguito dai forti connotati nazionalistici, intitolato “Topa Topa Topa!”, in cui le forze americane, comandate dal sergente Rihanna, dal tenente Justin Bieber e dal capitano Beyonce, resistono stoicamente mentre gli alieni scoprono l’inutilità totale di invadere un pianeta di idioti.
Sleep-o-Meter: 01 – Ultimo Tango a Parigi (Sonnolenza Postprandiale)
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