venerdì 18 maggio 2012

72 - Johnny Little Niggers ha visionato per voi...

…The Raven!
Brivido, terrore, raccapriccio. Nemmeno Cattivik può dormire tranquillo nella sua fognatura sapendo di questa specie di volatile in circolazione. La pellicola stessa su cui è stato impresso il film vibra di paura a ogni battito d’ali. La World Association of Ornithology si è dissociata per il continuo utilizzo in termini diffamatori della parola “uccello”. Riuscirà il redivivo John Cusack a portare sullo schermo una sceneggiatura ambigua, focalizzata sulle notevoli prestazioni di un amante dei pennuti e dei suoi ammiratori, senza essere immediatamente confrontato dimensionalmente con autentici monumenti come “Mr. Cumalot” Peter North?
Baltimora, Stati Uniti. Corre l’anno 1849 e i sobborghi della città americana sembrano gli stessi di oggi con meno tag sui muri: urla di donne vittime di violenze inenarrabili, indifferenza generale, vendita di hot-dog rancidi e giornali scandalistici agli angoli delle strade. La polizia interviene per sedare quella che sembra una lite domestica e scopre i cadaveri di due donne, madre e figlia: la prima strangolata con un gambaletto color carne e la seconda infilata a testa in giù nel camino con dentro la bocca uno smalto comprato dai cinesi. Nel frattempo, il devastato Edgar Allan Poe Cusack circola di notte per le bettole del porto, scassandosi di alcool e attaccando briga con allegri marinai sifilitici, e la mattina opera uno stalking serrato nei confronti di Emily Eve, figlia del Capitano Eldridge, ex- membro del Ku Klux Klan che ama utilizzare Poe come bersaglio.
Dopo aver escluso dai sospetti gli avi di Enzo Miccio e Carla Gozzi, l’ispettore Fields Evans, il prototipo dell’ottuso, rimembra come quella scena del delitto fosse identica a un racconto del disadattato Poe e lo fa arrestare. Banale come un paio di calze blu. Di fronte a una tale esplosione di deficienza, il killer gongola e fa fuori un altro con il metodo del pendolone segatutto: un critico letterario obeso e lercio, stroncatore di Poe, viene tagliato in due come un vitellone al mattatoio. Sul cadavere c’è un messaggio in cui lo spauracchio de noartri minaccia di fare irruzione al gran ballo dei nostri coglioni del Capitano Eldridge. Le misure di sicurezza messe a punto da Fields ricordano quelle dello Stadio Heysel nel Maggio 1985 e il cattivone rapisce senza fatica la bella Emily, la seppellisce viva in una cassa e invia un messaggio al Poe-tastro: se lui scrive e pubblica dei bei racconti paranoici su questa vicenda, la tipa non sarà martoriata con sadismo inutile.
Mentre il Capitano vorrebbe impalare Poe come un musulmano in Romania ai tempi di Vlad Tepes, l’ispettore se lo porta dietro nelle indagini come nella peggiore delle comiche di Benny Hill e con i medesimi risultati: anche l’ovvio diviene una vetta irraggiungibile e l’assassino arriva a fare tutto da solo, compreso il lasciare indizi agli ineffabili segugi e fargli annusare, ogni tanto, il profumo delle sue mutande luride. Dopo aver dato fuoco a un teatro, aver fatto perdere il lavoro a diversi marinai europei, aver scambiato un’attrice per una zoccola e un capomastro per una liceale, il dinamico duo, con tanto di codazzo di piedipiatti, arriva alla parrocchia di quartiere, situata, nell’incredulità persino del regista, in mezzo al Boschetto della mia Fantasia. Squartati un paio di sbirri, il mattatore fugge lasciando altri indizi e spara a un paio di corvi per allungare il brodo e giustificare il titolo di questa cagata.
Poe non si arrende e facendo il ragionamento più arguto dell’intero film, cioè riflettere, rimane folgorato sulla via di Baltimora: i complimenti del killer per i suoi racconti arrivano sempre prima del quotidiano su cui sono pubblicati, che sia uno della redazione? Standing ovation. Alla redazione, l’impaginatore tipografo Ivan, lo aspetta con una bella dose di veleno da ingurgitare prima dell’indizio finale. Lo scrittore se lo beve d’un fiato prima di chiedere il nome e cognome all’assassino, che glielo dice, crollando nei consensi del pubblico come le forze moderate alle ultime elezioni greche. Emily viene salvata in extremis ed Edgar, prima di esalare l’ultimo fiato all’aroma di whiskey pidocchioso, riesce a comunicare a Fields il nome del nemico. Questi, come abitudine, non capisce, finché non gli arriva il contratto per il sequel ambientato a Parigi con Jules Verne. Preso subito il piroscafo per la capitale della grandeur e delle pernacchiette, l’ispettore anticipa Ivan e lo fredda con la sua colt di fabbricazione statunitense. La prima cosa sensata cui segue la seconda: l’uscita del pubblico dalla sala.
Delirio scatologico di matrice orrorifica, il film instilla nello spettatore la necessità di concentrarsi costantemente sugli escrementi per cercare di alzare la qualità della materia di riflessione. Esperimento malriuscito di riflessologia pavloviana, la pellicola si fonda su una sceneggiatura scritta da canidi cui è stata assicurata una morte dolce in caso di buoni incassi. Rischiosa produzione di protesta contro le leggi sul gioco delle carte nei bar, il casting del lungometraggio appare sin dalle prime battute come una versione fedele di una partita di “Peppa” con in palio il mantenimento di minime prospettive di carriera. Sicuro “Premio Tarsu 2012”, il prodotto si avvale di un protagonista, disegnato per finire presto in una riciclerai, cui John Cusack, cerca, con minimo successo, di allungare stoicamente la data di scadenza fissata ai titoli di testa.

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