sabato 7 aprile 2012

66 - Johnny Little Niggers ha visionato per voi...

…In Time!
Il grande cinema realtà torna a imprimere indegnamente le nostre pupille. Il quotidiano tran tran delle più grandi metropoli del mondo è stato riprodotto sul grande schermo per instillare ansia anche nelle remote, sorridenti, pacifiche e obese popolazioni degli atolli polinesiani. Riuscirà un cast più raffazzonato di una coperta fatta di stracci a rendere plausibile il sogno più recondito e sfrenato dell’attuale governo, cioè una massa di venticinquenni che non posso invecchiare e versano contributi previdenziali a pioggia con aliquote degne di Arpagone?
Città finanziariamente sperequata del XXI secolo. In un mondo in un cui gli esseri umani sono geneticamente programmati per non invecchiare oltre i venticinque anni, dopo i quali scatta un orologio biologico mortale peggiore che la menopausa per le donne, che per comodità chiameremo Italia, vive Will Timberlake, operaio in costante affanno per rifornire di minuti il proprio orologio e quello della madre, una milf di cinquant’anni pronta per l’esordio nel meraviglioso mondo della pornografia. Una sera, dopo il consueto turno di dodici ore in una fabbrica, che per comodità chiameremo Fincantieri, il ragazzo salva un riccone dall’assalto di una gang. Il riccone, per ringraziarlo, gli regala più di un secolo di vita prima di buttarsi dal ponte sul fiume Guai. Will è baciato da un’insolita fortuna e nei successivi istanti perde il migliore amico e la madre causa scadenza del conto alla rovescia.
La voglia di rivalsa si impossessa del giovane che migra nei quartieri alti, a suon di versamenti di mesi interi di vita ai cancelli di Area ABCDE, che per comodità chiameremo INPS, INAIL, Addizionali Comunali e Regionali, e comincia a spendere un po’ delle sue ricchezze. Durante una serata al casinò, Will spenna un vecchio babbione ringiovanito, che per comodità chiameremo Emilio, e fa breccia nel cuore della pisellabilissima figlia Sylvia Seyfried, che per comodità chiameremo Ruby. L’uomo invita Will a una festa a casa sua la sera successiva e il ragazzo si presenta tirato come un tamburo. Giusto il tempo di fare lo sgargiante e un bagno nudo con l’illibata che i guardiani del tempo, la polizia nazistoide guidata da Raymond Leon Murphy, lo arrestano e gli requisiscono tutto il patrimonio. Ricordando le imprese dei migliori della sua generazione, il ragazzo sequestra la figlia del magnate e fugge, ma sulla strada é intercettato dal gran visir della cattiveria rapace, Fortis Pettyfer, che ruba tutto il tempo che può ai due.
Comincia una corsa contro l’orologio di una noia mortale, fatta di scelte banali non intuite solo dalla ciurmaglia dei guardiani. Alla fine i due chiamano il babbominchia della ragazza per avere un riscatto e fuggire verso l’isola delle grandi scopate, ma lui, ricco banchiere del tempo, non ha alcuna intenzione di pagare. L’avvenimento rinsalda il legame tra i due fuggiaschi che diventano i Patrizio Roversi e Syusy Blady de noartri, praticamente rapinatori per caso. Contando sulla stupidità dei guardiani del tempo, pari solo a quella di chi ha scritto questo film, i due mettono a segno diversi colpi e regalano tutto il tempo ai cialtroni che popolano il ghetto. Fortunatamente la criminalità mantiene una dignità e cerca di porre un freno a questo poderoso impeto populista, ma il capo della gang è più debole di un maccherone scotto e riesce a farsi fregare tutta la sua scorta di minuti e a morire come l’imbecille che è.
L’ennesima donazione è solo il preludio al colpo del secolo: il furto dalla cassaforte di babbo di un milione di anni. Sarà difficilissimo, uno pensa, e invece le cose vanno a finire nel piattume più completo: le guardie del banchiere hanno il cervello di un essere monocellulare e non creano problemi, il milione è in una cassaforte che aprirebbe un neonato ed è distribuito ai poveri, mettendo in crisi il mondo dei ricchi alla faccia dei guardiani. Solo Raymond non si rassegna, ma sul punto di effettuare l’arresto di Will e Sylvia si dimentica di fare il rifornimento giornaliero di ore e stramazza a terra come una novizia portata alla serata “pervert” del Cocoricò: nemmeno il Commissario Wiggum dei Simpson sarebbe riuscito a far finire tutto in vacca in questo modo. I due fuggono nel sole, mentre il governo tecnico del tempo si dispera e prepara una nuova riforma dell’età pensionabile, portata a trecentodiciassette anni. Per avere la minima, naturalmente.
Percorso sperimentale di autocoscienza, l’opera anticipa con i suoi contenuti il destino degli spettatori che intuiscono immediatamente di aver perso senza speranza almeno un paio d’ore della propria vita. Enigmistico nella sua fotografia futuristica, il film è un’incognita irrisolvibile per il pubblico milanese che non riesce a trovare le venti semplici differenze tra la vita dei protagonisti e la propria, a parte il colore dei taxi: neri come l’umore di chi ha finanziato questa ciofeca quando ha visto il prodotto finito. Leggero come una torta al mascarpone ricoperta con la crema di burro, il lungometraggio raccoglie la partecipazione emotiva del pubblico solo quando si chiede, pur sapendo già la risposta negativa, se Amanda Seyfried riuscirà a dare un minimo di spessore al proprio personaggio o lo farà aderire alla stuccatura monocorde dell’espressione del suo partner.

Sleep-o-Meter: 02 – La Luna (Sonno Ortodosso)

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Art.2 La durata di un film dovrebbe essere direttamente commisurata alla capacità di resistenza della vescica umana. (Alfred Hitchcock)

Art.3 E' sempre meglio passare ai posteriori che ai posteri. (Tinto Brass)

Art.4 Tragedia è se mi taglio le dita. Commedia è se camminando cadi in una fogna aperta e muori. (Mel Brooks)

Art.5 Non è necessario che un regista sappia scrivere, ma se sa leggere aiuta. (Billy Wilder)

Art.6 Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l'imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile. (Woody Allen)

Art.7 Il cinema è l'unica forma d'arte nella quale le opere si muovono e lo spettatore rimane immobile. (Ennio Flaiano)

Art.8 La mia invenzione è destinata a non avere alcun successo commerciale. (Louis Lumiere)

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