…L’Ultimo dei Templari!
La consacrazione del mito. La prova vivente dell’esistenza della divinità biblica. Un vecchio infermo, ormai ritenuto incapace di qualsiasi performance, torna a cavalcare, a spingere un carro e a combattere con una spada finta e pesantissima. E’ ufficiale: Nicolas Cage è la reincarnazione di Sansone; ritrovati i capelli, ritrovata la forza. Riuscirà un cast di mediocri normodotati, arricchito da un ottimo vecchio attore, parlo di Ron Perlman, a scrivere un nuovo avvincente capitolo del Libro dei Giudici e a lanciare in tutte le librerie il libro verità “Nuovissimo Testamento: Credevo di Essere un Attore, ma Ero un Personaggio Biblico”?
Europa Centrosettentrionale. Behmen Cage e il suo compagno d’armi Felson Perlman hanno disertato dalla milizia teutonica dopo l’ultimo assalto a un fortino di eretici in Val Susa. Schifati per le loro nefandezze e per il progetto di strada per carri leggeri Torino-Lione, i due vagano a cavallo per l’Europa Centrale quando si imbattono in un villaggio di appestati. La loro furbizia è pari solo alla loro bellezza, tanto che vengono immediatamente sgamati e arrestati come disertori. La salvezza, però, è dietro l’angolo. Il monaco mano amica Debelzac vuole condurre i due dal cardinale, un orrendo vecchio bubbonato con il culo basso, per affidargli un incarico di Santa Madre Chiesa dominus reveriscum blinda: scortare all’Abbazia di Pedo Mountain la strega responsabile della pestilenza perché venga sottoposta a giusto processo.
Dopo essersela tirata un po’ e aver insultato il cardinale moribondo con frasi da asilo i due accettano. Al gruppo si uniscono il cavaliere Eckhardt, uomo che ha perso la famiglia per la peste (destino già scritto come i protesti di Cecchi Gori), il giovane eunuco Kay Figlio Gay, e il furfante Hagamar, carne da cannone con pochissime battute. Appena avviata la Compagnia del Pisello, la pulzella rancida, al secolo Anna, comincia a portare fortuna all’intero gruppo: induce carne morta Eckhardt ad auto trafiggersi con la spada di Kay, scambiato per la figlia morta ancora illibata e sogno di ogni padre medievale, e provoca una stimmata su una mano a Debelzac con un crocefisso uncinato da alta cerimonia. Il curriculum si avvicina pericolosamente al livello Serbelloni Mazzanti Viendalmare, ma Behmen Cage si fida ancora di lei perché la vuole salvare (visto Drive Angry, forse vuole qualcos’altro, mah).
La Compagnia del Pisello raggiunge un ponte marcio dove Cage gioca a “Din Don Campanon” con il suo cavallo prima di architettare uno stratagemma degno di Hannibal Smith. Passano prima uomini e cavalli, poi tornano indietro gli uomini: alcuni per trainare il carro, altri per fare da contrappeso con una corda. E chi mettiamo a tenere la corda? Il prete con la mano sanguinante. Kay rischia la vita, ma viene salvato da Anna che lo regge sullo strapiombo con una mano sola: Behmen comincia ad avere un sospetto, ma piccolo. Lentezza di comprendonio che costa la vita ad Hagamar, sbranato dai lupi famelici infoiati nella nebbia della foresta. L’arrivo all’Abbazia è festoso e gaudente: tutti morti di peste. Debelzac piange i monaci e cerca di farsi dire dove sono le miniature con le donnine nude, ma un confratello coperto di puss gli indica solo il libro di Salomone, summa enciclopedica dei riti contro Belzebù. Il prete inizia la purificazione della strega, ma si accorge che non funziona.
Al primo bestemmione, Debelzac intuisce che serve “L’Esorciccio”, “Giovannona Coscia Lunga”, ma soprattutto “La Polizia s’Incazza”. La donna è posseduta da Satana che scioglie la gabbia come Nutella e scappa dentro il monastero. I quattro cervelli in fuga capiscono che il demonio è lì per distruggere il libro di Salomone e furbescamente lo riportano nella biblioteca, dove vengono assaliti da monaci zombie amanuensi pornografi e da Mefistofele. Debelzac a metà del rito crepa e gli subentra Kay Figlio Gay, mentre Felson viene incenerito e Behmen si fa massacrare dal satanasso volante. Fortunatamente il mezz’uomo compie la lettura e lo spirito maligno abbandona il corpo della ragazza, che giace nuda sul pavimento, ricoperta d’olio per massaggi e pronta per girare la prima scena di “All’abbazia la do via”. Kay e Anna, dopo aver seppellito i defunti, cavalcano verso casa, pronti per saltare in un burrone, visto che il ponte è crollato, o essere divorati dai lupi, fermi all’antipasto da qualche giorno.
Pluripremiato al Gonorrea Film Festival di Gnocca (RO), il film diventa godibile solo in caso di crollo della retina e contemporanea perforazione della cornea. Intelligente come defecare con la testa nella tazza e il sedere in alto, la pellicola regala, agli spettatori che hanno resistito sino alla fine, la morte dei personaggi per cui sarebbe stato significativo un seguito. Enciclopedico nel raccogliere duemila anni di storia cristiana, il lungometraggio è assimilabile a un cocktail di spermatozoi incestuosi nato a caso dalla rottura di una mensola nel frigo della banca del seme. Banale e b-anale nel tema della possessione diabolica dell’unica vulva senza bubboni dell’intera regione, il capolavoro si distingue dalla filmografia di settore per il transfert totale attore-spettatore: il primo è indemoniato, il secondo vomita.
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