…World War Z!
Zombie, ancora zombie, sempre più zombie. Ormai siamo talmente assuefatti da non poterli più prendere sul serio, nemmeno quando squartano un coniglino morbidino. Se uno zombie dovesse salire sulla circolare di Milano dopo l’una di notte diverrebbe immediatamente oggetto di episodi di squadrismo da parte di una qualsiasi gang di adolescenti. Riuscirà un film, arrivato nelle sale fuori tempo limite, a far sobbalzare i nostri culi pelosi e avviluppati in pantaloncini di acetato sulle poltrone umidicce di un cinema che non passerebbe la prova degli UV Light per la ricerca delle tracce di sperma?
Philadelphia, formaggio cremoso e leggero, Stati Uniti. Non c’è neanche il tempo per le solite amenità famigliari che scatta il delirio zombie e il povero Gerry Pitt deve darsela a gambe per non finire come una grigliata a una convention di obesi. Prima tappa un ipermercato di Newark, New Jersey, dove la moglie rischia lo stupro e dove la famiglia, aumentata di un piccolo messicano clandestino di nome Tommy, viene prelevata da un elicottero dell’ONU che la scorta su una nave americana. Gerry, al secolo cazzuto investigatore in zona di guerra, deve andare in una base militare in Corea del Sud, da cui sembra sia partito il virus letale: se rifiuta, l’ammiraglio scaraventa moglie e marmocchi giù dalla nave. Le difficoltà rafforzano il senso di solidarietà. Preso un aereo, quattro Navy Seal e un virologo di Harvard, si parte alla volta di Seoul.
La missione parte una cacata in pineta: il virologo dopo aver detto due stronzate, preso dal panico, scivola e si spara alla tempia; i Seal sparano alle mosche e Pitt viene salvato dai superstiti della base. Scoperto che il paziente zero non esiste, Gerry scopre che gli zombie sono attirati dal rumore, che in Israele sapevano della minaccia con una settimana d’anticipo e che colà hanno tirato su un muro intorno a Gerusalemme (una soluzione innovativa e mai sperimentata prima). Si vola in Israele, non senza qualche morto. Accolto dal Mossad, Gerry trova una città perfettamente organizzata in cui gli ebrei scelgono giorno per giorno se far entrare zombie o musulmani. La pace dura poco, perché grazie a un festeggiamento e a un casino atroce arriva l’orda famelica e spiana tutti. Si salvano solo il biondo e una soldatessa di nome Segen (con la g dura e senza una mano: un nome un perché) che riescono a imbarcarsi su un aereo della compagnia di bandiera bielorussa.
Acuto osservatore anche quando gli mordono le terga, Gerry Pitt ha notato che gli zombie non uccidono i relitti umani e, in accordo con l’ONU, decide di dirottare l’aereo su un centro virologico dell’OMS in Galles. Durante il volo, non prestando ascolto ai possenti latrati di Beverly Hills Chihuahua, ospite per una campagna promozionale di croccantini, una hostess, nemmeno troppo gnocca, viene magnata viva e parte il contagio. Segen reagisce lanciando una granata educata nell’aereo che fa buchi, ma non incendia il carburante. Grazie alla voragine nella carlinga, l’aereo è purgato, ma si schianta a qualche metro dal centro virologico: Pitt ha un sedile piantato nel fianco, ma Segen se lo porta in spalla. Assistiti dai ricercatori, Gerry e la soldatessa alle grandi mano…no manovre no…spiegano il loro acuto piano: infettare il mondo con le peggiori malattie per mimetizzarlo agli occhi dei famelici. Bellissimo, anche se… I campioni di virus sono ovviamente in un’ala infestata: il comparto B.
Gerry, Segen e un medico italiano, classico cervello in fuga abituato a essere circondato da morti viventi anche in situazione di normalità (vedi età media della popolazione italiana), entrano nel comparto B. Ovviamente fanno un casino clamoroso, vengono inseguiti, menano come fabbri e fanno tutte quelle cose che abbiamo visto un trilione di volte. Alla fine Gerry si trova da solo nella cella dei ceppi virali e s’inietta quello del Meteorismus Intestinalis. La sua teoria funziona alla grande: gli zombie lo scartano come un appestato e lui può bersi una birra guidando, fare rumori molesti di notte, fumare nei luoghi pubblici e posteggiare sulla pista ciclabile. Il vaccino mimetico è spedito in tutto il mondo, inoculato ai soldati e può così cominciare la Guerra Mondiale contro gli zombie. Adesso vado a smaltire un po’ del mio meteorismo che per oggi mi sono mimetizzato a sufficienza.
Salvatore dei conti economici del sistema sanitario pubblico italiano, il prodotto è stato immediatamente accolto in modo completo nella prassi medica nazionale: i malati gravi d’ora in poi saranno curati con pacche sulle spalle e rassicurazioni circa la loro sopravvivenza in caso di apocalisse zombie. Leggero come un testicolo sulla Luna, il lungometraggio si svolge su un argomento talmente inflazionato da impegnare solo le sinapsi inutili. Razzista e priva di scrupoli, la pellicola sembra scritta da un Calderoli qualsiasi dato che con un negro al comando la razza umana si avvia sull’orlo dell’estinzione. Si conferma la buona stella di Pierfrancesco Favino che colleziona l’ennesima marchetta hollywoodiana e con tre battute alla volta si conferma l’interprete italiano senza figa più visibile al mondo dopo Calimero, Topo Gigio e Giancarlo Giannini (ma quest’ultimo solo per morire in modo truculento dopo un monologo struggente): pensate a come siamo messi.
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